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A qualunque costo.

A qualunque costo.

Se crediamo a qualcosa, anche la più assurda e non provata ci crediamo nonostante tutto ci dica che non esiste.
Provate a parlare di omeopatia.
Provate a mantenervi sui fatti. Per esempio:
1) In un globulo omeopatico oltre la 12ma diluizione non c’è nessun principio attivo, solo zucchero.
2) Non c’è nessuna prova scientifica né plausibilità nel fatto che un globulo di zucchero possa curare una malattia.
3) Non c’è nessuna prova scientifica che l’omeopatia possa essere efficace.
4) Ci sono molte prove scientifiche ed è plausibile che un globulo di zucchero possa causare un effetto placebo (migliorare dei sintomi perché si crede di avere un’azione curativa).
Possiamo dire quindi, senza timore di smentita, che l’omeopatia, basata sulla somministrazione di caramelle di zucchero, non possa avere nessun effetto terapeutico, in ogni caso mai superiore al placebo, non cura le malattie dunque, più di una caramella o di un bicchiere d’acqua.
Non ho elencato opinioni o ipotesi ma fatti. Ci siamo?
A prescindere dalle reazioni scomposte, arrabbiate, aggressive di chi di omeopatia ci vive o chi ne ha fede completa a prescindere dai fatti, è interessante studiare la reazione di chi, in buona fede, la usa per esperienza personale.
In una discussione che riportasse questi fatti ci sarà sempre qualcuno che risponderà “ma su di me ha funzionato” oppure “io con l’omeopatia ci ho curato una bronchite”.
Matematico.
Le persone antepongono (è istinto) le esperienze personali ai fatti oggettivi. L’esperienza personale è spesso considerata certa, non è ammesso l’errore o l’imprecisione perché la “vediamo”, la tocchiamo con mano e, nonostante si sappia che vi siano molti fattori che possono condizionarla e persino veri e propri inganni che ci possono fare sbagliare giudizio, c’è chi preferisce affidarsi alle “impressioni” che “ai dati”.
Per questo motivo pratiche alternative (proprio come l’omeopatia) hanno un discreto successo in certe fasce di pubblico.
Soddisfano i desideri del consumatore (curarsi velocemente, semplicemente, “dolcemente”), consentono di “curare” senza per questo preoccuparsi dei rischi (nessun effetto collaterale), hanno meccanismi di azione miracolosi e quindi potenzialmente magici (il simile cura il simile, la memoria dell’acqua): nonostante tutte queste siano false convinzioni.
Ma è difficile smentirle e, anche smentendole, chi è “caduto nella trappola” non lo ammetterà, quasi mai. Altrimenti non esisterebbe chi compra gli “anelli dell’immortalità” (calamite che si indossano come un anello e che donerebbero il dono dell’immortalità) o l’MMS (candeggina miracolosa venduta come panacea per tutti i mali).
La risposta “su di me ha funzionato”, è giusta, corretta, non criticabile. Però è anche scientificamente sbagliata, errata dal punto di vista medico e, probabilmente, una bugia.

Non solo è difficile ammettere le proprie debolezze ed ignoranze ma, ammessa l’inutilità dell’omeopatico si ammetterebbe di aver “mentito” a se stessi ed ai propri famigliari.
Molte mamme che usano omeopatia per i malanni dei figli (meglio su quelli molto piccoli), per esempio, lo fanno molte volte per sentirsi “a posto”, consce di aver fatto qualcosa, di essersi prese cura del bambino senza per questo andare dal medico o preoccuparsi degli effetti indesiderati delle medicine. Quando la malattia sarà guarita (fortunatamente la maggioranza delle malattie passano da sole) il merito sarà dato all’omeopatico, non solo perché è “logico” (il bambino stava male, ho dato “la pillola” ed è guarito) ma perché così si giustifica ogni cosa: la spesa, l’impegno, la fede: si potrebbe ammettere di aver riempito il bambino di caramelle pur di sentirsi con la coscienza a posto?

Non può quindi essere vero che l’omeopatia è zucchero, infatti la malattia è passata. Certo che i genitori fanno queste cose in buona fede, nessun genitore vuole il male del figlio ed i meccanismi che permettono un comportamento del genere sono molto complicati.

Ovviamente, di fronte all’insuccesso ci saranno tante giustificazioni: errori di dosaggio, non aver trovato il rimedio giusto, problemi di altro tipo. Mai ammettere di aver somministrato uno zuccherino, significherebbe ammettere la propria debolezza. Una sorta di “coerenza” portata all’estremo: se credi nella magia ci devi credere fino alla fine, anche a costo di tragiche conseguenze.
In altre parole questa si può chiamare “fede“.
Questo succede a maggior ragione dalla parte dell’omeopata. Ha sempre una “via di fuga” (ad esempio iniziare un farmaco quando notasse il peggioramento della malattia) ma anche una giustificazione puntuale all’insuccesso del prodotto omeopatico, oppure nel giustificare i fallimenti trasformandoli in prove di successo. È nella stessa essenza dell’omeopatia giustificare l’inutilità del rimedio trasformandola in “utilità“. Pensate (molti non lo sanno) che per gli omeopati la cura tipica prevede, dopo i primi sintomi in corso di cura, un iniziale peggioramento dei sintomi seguito, alla fine dalla guarigione. Cosa succede normalmente in una malattia (mettiamo una faringite)? Proprio questo: i primi sintomi, poi il peggioramento, poi progressivamente un miglioramento che finisce con la guarigione. Questo è quello che succede normalmente senza fare nulla. Con le medicine cerchiamo di evitare i sintomi (dolore, febbre, fastidi, insonnia…) accompagnando il paziente alla guarigione. L’omeopatia invece, non avendo nessuna azione, non dice “non funziono” ma “ruba” il decorso normale di una malattia trasformandolo in “effetto” della cura. Quando un guaritore sente il suo paziente lamentarsi di un mal di testa che non passa non gli dirà “forse ho fallito” ma “bene! Questo è il segnale che le mie energie funzionano”.
Di questo fenomeno, abbastanza costante ne abbiamo un esempio (drammatico, dal mio punto di vista) pubblico.
Appare in un sito di omeopatia [la pagina è stata rimossa, ora appare questa: qui] ed è raccontato da una dottoressa, un medico omeopata che narra le tragiche avventure del figlio che, un giorno, presenta febbre, delirio, dolori addominali e brividi. Ovviamente, riporto il racconto perché pubblico e perché, nella sua assurdità è davvero un caso da scuola.
Faccio solo un riassunto ma leggere la testimonianza completa è veramente preoccupante.
L’omeopata, per alleviare i preoccupanti disturbi del figlio, usa dei rimedi omeopatici e panni freschi, estratti di frutta e verdura e clisteri.
Dopo un apparente miglioramento la febbre diventa molto alta (40 °C), accompagnata da tosse.
L’omeopata cambia rimedi omeopatici.
La febbre però non migliora (e la madre si dice “contenta” di questo fatto), compaiono dolori addominali e difficoltà respiratorie, il bambino riesce a dormire solo seduto perché altrimenti non respira bene (!), una sofferenza inaudita.
L’omeopata sospetta (dai sintomi) una polmonite e sostiene di esserselo aspettato perché, sempre secondo lei (e secondo le dottrine omeopatiche) “è la forza vitale che deve tirare fuori il miasma (la radice)“. Pensavo di non aver letto bene, un medico ritiene che la tosse ed il grave malessere del figlio, siano dovuti alla forza vitale che toglie il miasma. Qualcuno penserà che questa omeopata stia dicendo cose a caso, magia nera ed invece i concetti magici di “forza vitale” (teoria in voga nell’800 quando spiegare le malattie, in assenza di qualunque conoscenza approfondita di medicina e fisiologia era un’impresa) sono ancora oggi materia dell’omeopatia che d’altronde pesca a piene mani dalla magia e dalla superstizione. Quindi quelle frasi che sembrano deliri, sono a tutti gli effetti bagaglio di qualsiasi omeopata, anche moderno.

Intanto il bambino, sofferente e sempre più agitato e con tosse, continuava dopo cinque giorni ad avere febbre alta.
Tosse definita “estenuante” finché non compaiono episodi di “desaturazione” (il bambino, non respirando bene, andava in carenza di ossigeno, molto pericolosa), con seguente “fame d’aria”. A quel punto la mamma omeopata, finalmente, lo porta al pronto soccorso. La diagnosi è chiara: polmonite con versamento pleurico. Terapia: antibiotico per 15 giorni e antifebbrile.
La donna decide di evitare la terapia antibiotica per “combattere la radice” (!) e cambia di nuovo rimedio omeopatico.
Passa ancora un giorno.
Le condizioni del bambino non migliorano, continua la tosse, la febbre alta ed il decadimento delle condizioni generali (la saturazione è ormai ad un pericolosissimo 91%), siamo già a sei giorni di malattia con il bambino che chiede disperatamente alla madre di curarlo e lei, l’omeopata che crolla e piange. Chiama a consulto dei suoi colleghi omeopati ed osteopati. Notate come, nonostante l’evidente sofferenza del figlio che addirittura chiede aiuto ed il crollo psicologico dell’omeopata, questa non demorde e va contro ogni ragionevolezza.
Cambio ulteriore di rimedio omeopatico. L’omeopata ormai è in piena confusione, parla di parassiti, vermi, dice cose come “i bambini quando si intossicano e buttano cibo spazzatura dentro il loro corpo, danno da mangiare ai vermi, offrono il terreno giusto ai vermi e poi possono avere sintomi tipo la tosse.“, probabilmente è nel caos totale ma non si arrende.
Il giorno dopo il bambino sta meglio. Si alza, inizia a mangiare. Pochi altri giorni e tutto sembra sistemato. Sono passati 10 giorni (10 giorni…).

Al controllo dopo poco meno di un mese non c’erano più segni della malattia.

La madre è contenta, felice perché il figlio ha “buttato fuori” tutte le tossine, ha “curato la radice” è persino dimagrito…
Ecco.
A me una testimonianza del genere fa venire i brividi perché mostra come una persona (una mamma, un medico) perda completamente la razionalità. Pur di non smentire le sue credenze, pur di non andare contro la sua fede (è quello che succede nelle sette, avete presente?) ha fatto soffrire il figlio per giorni, ha lasciato che un bambino con la polmonite, la febbre a quaranta e “fame d’aria” restasse in quelle condizioni per una sfida personale. A cosa è servito al ragazzino soffrire e stare male (e rischiare!) per giorni?
Semplicemente a dare soddisfazione alle convinzioni della madre. Non è un caso che la donna si sia sentita quasi orgogliosa di mettere in pubblico un’esperienza chi chiunque troverebbe paurosa. Leggere di una mamma che assiste “felice” alla sofferenza del figlio è una sensazione indefinibile. Come è indefinibile l’ostinazione a non dare al bambino un sollievo, rifiutando qualsiasi terapia medica.
Se notate la mamma trasforma in “successi” tutti i problemi, in “normale” ogni disturbo, è un modo per cancellare l’ansia e l’omeopatia è una corda alla quale aggrapparsi. Non sta “facendo nulla”, sta “curando omeopaticamente”.
Irrazionale, credo sia il termine giusto. Sarebbe stato giusto usare antibiotici? Sì, direi di sì.

Gli antibiotici o gli antipiretici non sono pallottole magiche, non fanno scomparire le malattie per un processo misterioso, sono un aiuto che la medicina ci può dare per stare meglio, per non soffrire, per non peggiorare una condizione rischiosa. Un problema come quello del ragazzo probabilmente lascerà strascichi per sempre, anche seri.
Come dicevo all’inizio non si tratta di un atteggiamento che stupisce. Chi aderisce ad un’ideologia raramente riesce a negarla, anche nei momenti più drammatici, di esempi ne abbiamo tanti.
Lo stesso atteggiamento lo ha avuto un naturopata del quale parlai anni fa che, pur di non fare curare la moglie partoriente in ospedale, causò una grave sofferenza al figlio nascituro. Sono atteggiamenti al limite con la patologia. Queste persone non solo credono veramente che lo zucchero possa curare le malattie ma, anche di fronte all’evidenza, non ammettono il fallimento, non possono accettarlo. Storia simile ad altre quindi, come la mamma di una bambina che ha contratto il tetano (il tetano!) e che non era vaccinata per scelta. All’uscita dell’ospedale, intervistata, la donna alla domanda “vaccinerà ora sua figlia?” rispose “vedremo, valuterò cosa fare”. Nemmeno davanti alla malattia, nemmeno davanti alla possibilità di rischi altissimi, se si è convinti ideologicamente di qualcosa, cambiare strada, negare le proprie convinzioni è praticamente impossibile.
Per questo sono sempre più convinto che la strada migliore sia l’informazione, onesta, corretta, giusta, l’unica che ha senso fare e diretta a chi vuole capire e conoscere, gli altri non ne avranno nessuna utilità.
Tanto, d’altronde, nessuno di noi deve salvare il mondo, a nessuno è stato dato l’incarico di salvare l’umanità, siamo qui, come tanti altri a fare il nostro lavoro. L’obiettivo di chi fa informazione non è convincere ma trasmettere delle conoscenze. Una persona come questa madre, pervasa da una fede religiosa, non cambierà idea davanti a niente (e lo ha raccontato lei stessa) e quindi non è in cerca di informazioni, anzi, quelle che la contraddicono le eviterà. L’obiettivo della divulgazione scientifica deve essere quello di informare chi le informazioni le cerca, chi ha bisogno di dati seri e controllati.
Io non critico quella madre, non mi interessa, è una persona adulta (e sulla carta competente) ed ha fatto per conto di suo figlio delle scelte libere, sono fatti suoi. A me colpisce il suo racconto perché va oltre la “normalità”, la MIA normalità.
Io resto allibito di come noi esseri umani siamo deboli, ingenui, condizionabili e di come, pur sentirci dalla parte della ragione, non guardiamo in faccia nessuno.
Neanche nostro figlio.
Ed è per questo e per questi figli che conviene continuare ad informare.

Per sdrammatizzare e chiudere con più leggerezza, in questi giorni ho ricevuto dei commenti sull’argomento che mi hanno fatto tornare in mente una mia vecchia idea, la fede cieca nell’omeopatia ed in altre pseudocure, per me emerge pesantemente quando, discutendone, c’è chi mi dice “io curo da 30 anni la mia dermatite con l’omeopatia e mi è passata!” senza riflettere che, se curi una cosa da 30 anni, evidentemente non sei guarita, che tu ci creda o no, hai assunto per 30 anni caramelle a prezzi esorbitanti senza nessun motivo.
Ne vale la pena?

Alla prossima.

Panzane, omeopati e falsità.

Panzane, omeopati e falsità.

Qualche giorno fa è stata pubblicata nel sito della FNOMCEO (Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e odontoiatri) che cerca di spiegare le fasità mediche al pubblico, la scheda relativa all’omeopatia.

Una bella soddisfazione ed una cosa impensabile fino a pochi anni fa. Un’istituzione medica che, finalmente, prende posizione netta contro le medicine alternative e contro le pratiche non scientifiche. Non è la prima, non è la sola (la stessa cosa ha fatto l’istituto superiore di sanità) e non è solo in Italia che le cose stanno cambiando.
Basterebbe guardare il sito del NHS (il servizio sanitario nazionale inglese), dove è spiegato chiaramente: l’omeopatia non funziona in nessuna malattia. Che non è una conclusione storica, sappiamo che un prodotto omeopatico oltre la 12ma diluizione contiene solo zucchero ma è un grande passo avanti nella lotta al mercato della salute. Vendere al paziente prodotti inerti come fossero curativi è un insulto al malato.

La scheda l’ho preparata io, collaborato egregiamente con Roberta Villa e Luca De Fiore, i quali mi hanno onorato revisionando le mie parole con supervisione della Fnomceo.
Se la leggete non c’è scritto nulla di nuovo o rivoluzionario e neanche chissà quale anatema verso gli omeopati. Solo fatti. Incontestabili.
L’omeopatia è semplice zucchero, questo è un dato di fatto che ormai anche gli omeopati più incalliti non possono negare. Gli studi (oltre alla logica ed alle conoscenze scientifiche) ci dicono quindi che non ha valore terapeutico, non cura le malattie, attenzione quindi ad usarla. Basta così.

Le reazioni degli omeopati alla mia scheda sono state scarse, diluite, sempre le solite cose. La usano milioni di italiani…ci sono gli studi…ci sono le prove, solite parole, nessuna novità, niente di sostanziale. Non è certo l’uso estensivo di una pratica ad essere un merito altrimenti parleremmo bene del bere alcol, del fumare o del leggere gli oroscopi. L’omeopatia è la seconda forma di medicina più popolare al mondo nello stesso modo in cui la piattezza è la seconda forma della Terra più popolare al mondo.
Per questo gli omeopati non sottolineano mai il punto principale: stiamo parlando di zucchero.


Lasciamo da parte grandi discorsi e termini altisonanti, manteniamoci sui fatti, la scienza ha fatto abbastanza per capire se lo zucchero curi le malattie: non ci riesce. Fine.
Per questo le reazioni alla scheda sull’omeopatia sono fondamentalmente scatti di rabbia, insulti, maledizioni, una crisi epilettica che ha messo in agitazione i simpatizzanti dello zucchero magico, non hanno molto altro da mettere sul piatto, in effetti, allora giocano la carta dell’indignazione, del vittimismo, qualcuno li ascolterà.

Ma una reazione dimostra l’isteria che ha colpito gli omeopati. Quella di Paolo Bellavite, ex docente ora in pensione, che per anni è stato finanziato dalla Boiron (industria omeopatica) per fare studi sull’omeopatia (e indovinate i risultati?) e quindi non si può dire senza conflitti di interesse, cosa che io posso dire tranquillamente.
Il professore omeopata ha pubblicato un lungo, complicato, amaro sfogo nella sua pagina Facebook.

Bellavite dimostra però di non avere grande interesse per i contenuti della scheda ma di averne molto per me. Io non so bene cosa faccia ora, in pensione, so che gira il mondo per parlare dell’omeopatia ma non so altro di lui, lo avevo già incontrato anni fa quando spiegai il trucco da lui usato per dimostrare l’efficacia di un rimedio omeopatico, da parte sua invece molta attenzione, quasi morbosa, nei miei confronti.
Infatti Bellavite, invece di passeggiare al parco come tutti i pensionati, punta a demolire me, il messaggero, sperando così scompaia anche il messaggio.
La stessa cosa hanno fatto altri che hanno criticato la scheda, il problema non è lo zucchero che cura ma Di Grazia che lo critica, è questo che fa arrabbiare gli omeofanatici.
A me dispiace essere severi con le persone anziane, secondo me meritano rispetto a prescindere ma se mi provoca non può pretendere stia zitto. Almeno per aggiornarlo sulle ultime novità deontologiche e normative.
Non riesce, il professore fumantino, a trattenere livore e astio nei confronti del “ginecologo-blogger” (così mi identifica, quasi con schifo nel nominarmi, la vedo la sua faccia tirata che è costretta a questo sacrificio) ma poi si lancia in una filippica infinita e poco comprensibile nella quale, inevitabilmente, combina un disastro.
Prima di tutto ho notato che praticamente tutti gli omeoseguaci non hanno gradito che sia stato io a preparare la scheda. Perché “ginecologo” (?) e perché non esperto di omeopatia. In pratica se vuoi giudicare l’astrologia dovresti chiamare un astrologo, secondo loro.
Ci sarebbe anche da chiedersi chi dovrebbe essere più competente di un medico su una pratica che è un atto medico, che è prescritta da medici e che pretende di curare le malattie (anzi, mi risulta che Bellavite non sia nemmeno un medico, non è iscritto all’albo, è solo laureato in medicina e quindi che parla a fare?) ma Bellavite ha deciso di svelare le mie bugie e le mie “falsità”. Vuole sbufalare lo sbufalatore. Peccato che per smentire le affermazioni degli altri bisogna avere le spalle larghe. Invece il professore, oltre termini altisonanti, “falsità” ripetuto continuamente e un’enorme confusione, non sa fare.
Ma l’aspettativa delude. Non commento le solite (ebbasta…) balle sugli studi scientifici che dimostrerebbero l’omeopatia, sulla sua scientificità, sulle prove e sulla clinica. Bellavite tratta come fossi stupido (lui lo pensa davvero presumo ma io devo smentirlo). Parliamo di zucchero.
Zucchero. Sugar, sucre.

Non c’è bisogno di “prove”, di studi, di perdite di tempo. Non esistono studi che provano che lo zucchero possa essere utile in qualche malattia, che voi ci crediate o no.
Zucchero puro. Che però diventa curativo se viene agitato cento volte e battuto su un libro foderato di crine di cavallo. Capito di cosa stiamo (ancora) parlando?


Ovviamente gli studi smentiscono che l’omeopatia funzioni (un elenco di studi della Cochrane, tanto per curiosità e per non iniziare una “battaglia” di studi infinita).
Il professore può ripetere mille volte che ci sarebbero le prove di una sciocchezza del genere. Lo ripeta, se per lui fosse importante ma non pretenda che gli altri ci credano.
Sono cose inutili, siamo nel 2018, cose già sentite, vecchie superstizioni buone per i nostri nonni, al pari dei talismani o dei decotti di prezzemolo, basta per favore, non si può ripetere una bugia all’infinito per l’interesse (economico) di pochi.

Ma in mezzo a tante parole già sentite (gli studi…gli italiani…) una mi ha colpito. Bellavite ignora che la legge italiana, per approvare un prodotto omeopatico, richiede che questo “non può contenere più di una parte per diecimila di tintura madre, ne’ più di 1/100 della più piccola dose eventualmente utilizzata nell’allopatia per le sostanze attive”.

Avete capito bene. Un prodotto omeopatico, per essere venduto come tale (per l’approvazione alla vendita), non può contenere un ingrediente in quantità “farmacologicamente attive” ma, al massimo la sua centesima parte (quindi se il ferro cura l’anemia nella dose di 100 grammi, per venderlo omeopatico non può essere più di UN grammo, ovvero non ha nessuna azione farmacologica, semplice, ovvio e chiaro, vero?).

È una legge, il DL. 219/2006, art. 20/C, cosa che ho scritto nella scheda. Se non ci credete andate direttamente alla fonte (cercate 1/100 e lo troverete subito).
Ci siamo?

Questa è una cosa ovvia perché è una norma esistente da anni, Bellavite non solo la ignora ma addirittura si infervora, la chiama “falsità“. 
Fosse questo l’unico errore del professore col ditino alzato.

Bellavite se la prende anche con la parte di deontologia medica, supervisionata direttamente dalla Fnomceo, dove ho scritto che l’omeopata deve informare il paziente correttamente delle basi scientifiche (mancanti) dell’omeopatia e raccoglierne il consenso (come d’altronde si fa in qualsiasi terapia non convenzionale). Bellavite questa cosa proprio non la conosceva e la definisce, sempre con il suo fare nobile e principesco “panzana“. Per lui non c’è traccia in nessun documento della federazione che si debba informare correttamente il paziente raccogliendone il consenso. Una panzana.
La sua. Perché se Bellavite fosse competente, saprebbe che la “panzana” è l’articolo 15 del codice di deontologia medica ed ecco il documento dove c’è…la “traccia” che lui non trova.
Chi propone medicine non convenzionali, sotto la sua responsabilità deve informare correttamente ed acquisire il consenso del paziente.
La cosa può sembrare un errore pacchiano ma pazienza. Se non fosse che Bellavite regala il termine “falsità” e “panzana” a piene mani senza rendersi conto che prima dovrebbe controllare di non essere lui a dire panzane e falsità, inoltre alcuni seguaci dell’omeopatia hanno iniziato (ovviamente, se lo dice il professore) a darmi dello scemo perché avrei detto queste “falsità”, riportando le parole del professore, tutti convinti di essere nel giusto e, quando mostro le cose come stanno, restano un po’ ammutoliti e reagiscono nel solito modo. C’è chi scappa, chi inizia ad insultare, chi fa finta di niente, fischietta e se ne va. Poi gli omeopati: date un’occhiata alle loro reazioni alla scheda.
Nessuna critica nel merito, non una parola smentita, solo una fila di “incompetente”, “ignorante”, “corrotto”, “pagato”…

Triste e noioso, perché poi le persone si accorgono di come ai dati si risponde con gli insulti.
Toccare la fede è mettere la mano in un nido di vespe, ti pungono e scappano via impazzite. Solo che qui parliamo di salute.
Triste, dicevo.

Il professore in pensione che regala insulti e cerca di demolire il “ginecologo-blogger” (ma che le hanno fatto di male i blogger, professore…e i ginecologi?) per la fretta di sparlare di me è caduto nella trappola e ha mostrato dove sta l’incompetenza e, in mancanza di argomenti, oltre agli errori, desidererebbe pure la censura: eliminiamo l’infedele! Scrive nella sua pagina Facebook di intercedere con il presidente della federazione degli ordini dei medici per “cancellare quell’orrendo scritto” (il mio). Lui è Paolo Bellavite.
Visto perché è tutto così triste?

Ovvio che non valga la pena fare discussioni scientifiche su caramelle di zucchero che dicono di curare le malattie, oggi parliamo di medicina robotica, personalizzata, di strumenti all’avanguardia, terapia genica e ci sono persone che vorrebbero tenerci fermi all’ottocento ma che un omeopata debba ridursi così pur di demolire chi non sopporta fa male. A lui sicuramente ma a tutto il mondo della medicina, che vede ancora queste lotte da caccia alle streghe di basso livello.

Vendete i vostri prodotti, fate business, convincete le persone della bontà delle vostre caramelle, oppure cercate un punto di incontro con la medicina, collaborate per trovare uno spiraglio di azione ma smettetela di trattare le persone da stupide.

Giocare sporco poi è deprimente. Sembrano gli ultimi tentativi di sopravvivenza di una pratica ormai al tramonto, gli omeopati annaspano, si agitano cercando di sparare alla cieca, odiano i critici ed escono allo scoperto rabbiosamente con tutte le loro contraddizioni mostrando il loro vero volto. L’attacco personale è l’ultima arma di chi sta perdendo.
Mi attacchi pure quindi dimostrando tutto il suo livore contro la mia persona (non si preoccupi che non sono un tipo che si fa intimidire facilmente), dimostra la mancanza di argomenti ma, almeno, si documenti e sappia chi ha di fronte, che le bugie hanno le gambe corte e, seppur diluite in un mare di parole, sono segno di disonestà.

Buona passeggiata.

Alla prossima.

“Una superstizione dura più di una religione.”
Théophile Gautier

L'irrilevanza dei fatti nell'era della post verità.

L’irrilevanza dei fatti nell’era della post verità.

Il fenomeno lo conosco, occupandomi da anni di smentire falsità o analizzare fatti medici poco chiari, quando si va contro l’opinione di un gruppo o del singolo è sempre difficile riuscire a riportare le cose sul piano corretto.
Se smentisco la falsa cura di un ciarlatano (con i fatti intendo, mostrando i trucchi e le manipolazioni compiute da quel guaritore) la reazione non sarà ovviamente un chiarimento o almeno una discussione, men che meno un’ammissione di colpa. Quando una reazione c’è si tratterà di aggressione.
Smentire una cosa, che sia un nostro comportamento ma anche una convinzione, un’idea, un’opinione, è visto sempre come un gesto violento. Se io fossi convinto che l’omeopatia fosse una medicina, inutile leggere le spiegazioni scientifiche, sapere che si tratta di zucchero, apprendere che non c’è nessun principio attivo, non mi interessa, in fondo sono migliorato da un disturbo e per me quella è una cura, a prescindere da quello che dicono gli altri.

Interessante il fatto che non sarà chi mi smentisce a darmi dell’ignorante (o in malafede) ma sarò io a percepire quell’accusa. Se la mia idea fissa si mostra sbagliata dovrei ammetterlo, sembra la soluzione più ovvia, avrò sbagliato per fretta, ignoranza, per presunzione, in ogni caso dovrei ammettere una mia debolezza, una leggerezza o, peggio, la mia disonestà. È facile farlo? Direi di no.

È difficile ammettere di aver avuto opinioni errate, di aver scritto una sciocchezza o cose assolutamente campate in aria.
Per questo è difficile fare divulgazione scientifica o far ragionare chi è convinto che i vaccini siano veleni o che il cancro si cura con i frullati. Mettersi in discussione, ammettere la propria ignoranza, è un gesto di altissima maturità, che richiede, appunto, maturità ma anche autocontrollo, onestà, equilibrio, serenità, doti che non tutti hanno o che non hanno tutte assieme.
Per questo, davanti a un mio post che smentisce le convinzioni di tanti, questi tanti non reagiscono ringraziando o ammettendo di essere caduti in un tranello ma attaccano.
Attenzione. Il comportamento non è sempre volontario, è spesso istintivo (non a caso molti aggrediscono a prescindere, anche violentemente ad una semplice e pacata osservazione), è un’autodifesa, un tentativo di non mostrarsi deboli. Davanti a qualcuno che dice “ti sei sbagliato completamente”, la risposta non è “hai ragione, ho letto bene ed ammetto di essermi sbagliato” ma è una chiusura a riccio, letterale, con aculei compresi.
Chi è più aggressivo insulterà, anche pesantemente, è un modo per “sbattere la porta”, per dire “non mi interessa!”.
Chi è un po’ più controllato farà finta di niente, cercherà scuse, divagherà.
Pochi giorni fa ho scritto un post che spiegava la storia del “rapporto Signum“. Questo rapporto ha indagato l’eventuale presenza di danni ai militari conseguenti a vaccinazioni o contatto con uranio impoverito (io ho parlato solo delle vaccinazioni).
Nei social, su pagine internet, negli ambienti anti vaccino, questo rapporto è stato presentato come prova, dimostrazione evidente dei danni dei vaccini. Secondo molte persone (e persino secondo una commissione parlamentare) nel rapporto era scritto che i vaccini avessero causato gravi danni e persino decessi ai militari vaccinati (ed altre cose, chi fosse interessato legga il post originale).
Falso.
Si trattava di “post verità”.

Numeri alla mano e riportando le esatte parole del rapporto, ho dimostrato come si crea una “fake news“. Nel rapporto infatti non vi è traccia di danni ai militari (men che meno di morte a causa dei vaccini), da nessuna parte. È anzi scritto e ripetuto che i vaccini causano solo lievissime alterazioni, spiegabili con la loro azione e non collegabili a particolari problemi o malattie. In parole ancora più povere, il rapporto Signum dice che i vaccini sono sicuri. Tutto scritto, nero su bianco.

Conclusioni del rapporto Signum: i dati non mostrano esposizione a fattori di rischio nei militari né variazione dei parametri analizzati (pag. 203 del documento)

Semplice.

Potrebbe essere una buona notizia, no? Un bene per tutti.
Oltretutto smentisce proprio gli allarmi diffusi da media ed antivaccinisti.
Così dopo il mio post sul rapporto Signum sono iniziate le reazioni. Escludo quelle positive e i ringraziamenti, ci sono sempre, sono tanti e ne sono felice (se quello che faccio piace sono contento, ovviamente) perché quelle davvero interessanti sono le reazioni negative.
Oltre a chi non ha nemmeno letto il mio post (un utente di Twitter ha scritto che non si fa certo “abbindolare da un sondaggio” dimostrando di non aver dato nemmeno una lettura al volo) le reazioni sono state talmente “nette” da farmi riflettere ed ho pensato di parlarne qui.
Un utente ha risposto al mio post con un video su You Tube, non mi ha smentito o corretto uno o più punti, del mio post non ha parlato, ha risposto con un video su You Tube che parla di danni ai militari con testimonianze personali. Una cosa che non c’entra niente.
Persino alla mia richiesta diretta “dove ho scritto cose sbagliate?” non c’è stata risposta.
Che anche questo è un classico.
E poi chi si arrabbia a prescindere, nessuna considerazione sui dati, nessuna discussione, è allarmante, secondo qualcuno, che si faccia “promozione” (indicando una pagina che mi segnala tra le risorse su internet di promozione alle vaccinazioni, cosa di una normalità assoluta) ai vaccini. Ovvero, sarebbe preoccupante (“inopportuno“!) che qualcuno si prenda la briga di smentire le bufale:

E cosa c’entra il fatto che io sia una “risorsa social” con dei fatti che ho elencato?
Anche in questo caso non c’è stata una smentita a dati o la correzione di una mia affermazione ma un netto rifiuto della realtà. Ciò che non va d’accordo con quello che penso non deve esistere. La persona che ha fatto questa considerazione sarà una mamma? In ogni caso una donna che ovviamente è interessata alla realtà dei fatti? Perché ne ha fastidio?

L’attenzione, se fate caso, è spostata dai fatti, dall’argomento e si concentra su altro, come se in un attimo la discussione non avesse più importanza. Se parliamo di Signum e di danni da vaccino, che c’entrano i “promotori” delle vaccinazioni? E questi “promotori” dicono bugie o la verità? Non è curioso l’atteggiamento di chi parla di pere discutendo di mele?
E poi c’è chi vuole tappare la bocca. Talmente è scioccante, inaccettabile, cambiare la propria idea su un argomento, che non c’è altro rimedio: far chiudere.
Via il messaggero scomparirà anche il messaggio.
🙂

Curioso vero?
A questo stesso utente che chiedeva la ghigliottina ho chiesto di indicarmi dove avrei scritto cose sbagliate, nessuna risposta, è scappato (poi per recuperare mi ha indicato un altro documento, non quello di cui parlo). Le parole di questo utente sono state poi rilanciate da altri utenti e persino da un  politico, un consigliere regionale laziale, noto per le sue posizioni antivaccini.
Non è un caso. Ognuno rilancia le parole di chi conferma le proprie posizioni, anche se sono false, anche se non c’entrano nulla, ognuno difende il proprio fortino, pure a scapito della verità.

Negli anni in cui mi sono occupato di ciarlatani, quando uno di questi mi attaccava (ovviamente insultandomi) per dire che avevo scritto sciocchezze, non c’era nessuna smentita dei fatti riportati o delle mie parole ma solo un attacco frontale, cioè il mio “dire sciocchezze” non era dimostrato, lo si attaccava e basta. Tipico. Puntuale.
Nessun ciarlatano mi ha mai mostrato un dato che io avrei riportato male ma tutti cercano di demolire altro, così da demolire la smentita.
È una tipica fallacia umana.

Se io dico “hai venduto una macchina rotta” e tu mi rispondi “sei un cretino, oggi le macchine costano tanto” la risposta non ha senso, mi stai attaccando su altre cose non stai smentendo la mia affermazione e così, indirettamente, dimostri che, probabilmente, ho ragione, che la tua reazione è solo di rabbia non per riportare i fatti ad un’altra realtà.
Interessante anche la reazione di uno degli autori del rapporto della commissione parlamentare (Ivan Catalano) che si è basato proprio su Signum. Qui c’è anche la “sorpresa finale.
L’ex onorevole Ivan Catalano è uno degli autori della relazione parlamentare (è vicepresidente della commissione) sui danni ai militari da vaccini e uranio impoverito.
Qualcuno gli ha segnalato il mio post. In cinque minuti l’ex politico risponde che si tratterebbe di: “normale attività antibufala del tutto irrilevante“.
Capito?
Uno degli autori del lavoro parlamentare finale, lavoro che incredibilmente capovolge e stravolge le reali conclusioni del rapporto Signum, non entra nel merito, non smentisce le mie parole, non trova dati finti o manipolati, liquida tutto così, minimizza, tipicamente elude il problema: “del tutto irrilevante”.

Cioè l’aver rilevato una totale assenza di danno dei vaccini sui militari, dato opposto a quello diffuso dai media e dalla commissione parlamentare, viene definita, anzi, liquidata come “normale attività antibufala, irrilevante“.
Sarebbe gravissimo, non irrilevante.
Non so se mi spiego.

Ovviamente ho chiesto a Ivan Catalano di riportarmi le pagine del rapporto nel quale si mostrerebbero questi danni e decessi di militari (potrei essermi sbagliato, ci mancherebbe) ma la risposta è abbastanza eloquente:

La risposta è una “non risposta” con annesso, ovvio, attacco personale.
Ho provato ad incalzare ma niente, Catalano divaga e non indica dove sarebbero questi danni ai militari causati dai vaccini e la sua è un’altra non risposta, chiara:

Poi, messo alle strette da altri lettori e barcamenandosi facendo indovinelli e ironia fa capire che bisognerebbe leggere gli atti della sua commissione. Il problema è che la commissione ha dato una lettura opposta a ciò che ha concluso Signum ed è proprio questo di cui discuto: una commissione di parlamentari ha concluso e dato in pasto all’opinione pubblica un documento che arriva a conclusioni opposte a quelle sulle quali dicono di basarsi. Ma lui continua ad essere evasivo e chiude con una grassa risata.

Le stesse risposte, lo stesso atteggiamento che avevano Le Iene quando chiesi spiegazioni sul caso Stamina o certi guaritori quando chiedo conto delle loro manipolazioni. Perché questa superficialità? Perché nessuna risposta sui fatti? Perché il rifiuto di affrontare il problema? Poi ho scoperto che Ivan Catalano, vicepresidente della commissione che ha evidentemente interpretato male e personalmente il rapporto Signum, è il testimonial di un gruppo antivaccinista che vuole una legge “per la libertà di scelta”, gruppo che vede schierate tutte le associazioni antivacciniste italiane. Il cerchio probabilmente si chiude.

O forse si chiude notando come lo stesso Ivan Catalano che minimizza le mie conclusioni, parli ad un convegno organizzato da “Corvelva” (associazione antivaccino) con Massimo Montinari, medico sospeso dall’ordine che cura l’autismo con gli integratori. Ora si capisce meglio il quadro della situazione e cosa significhi “post verita”? O si capisce notando come lo stesso Catalano, che tanto difende questi “danni da vaccino” sui militari basati sul nulla, sia in rapporti con il marito di una signora candidata per “Siamo” il partito fondato da Dario Miedico, medico radiato dall’ordine per le sue affermazioni antivacciniste? La stessa signora che recentemente è salita alle cronache per aver invitato altri genitori ad un “varicella party” (una “festa” per permettere un contagio tra bambini)? Insomma, il rapporto sembra nato da un ambiente per nulla “neutro” ma molto, molto polarizzato.

Chi ha la fissazione (patologica) o l’interesse personale nel dire che i vaccini siano il male non sente ragioni e appare chiaro che, nonostante i dati smentiscano la pericolosità dei vaccini, per lui il mio post di spiegazioni è inutile, perché c’è chi, come Catalano e la commissione parlamentare, ha appoggiato le sue credenze. Così non la accetta e nega, a se stesso e agli altri, la verità. Lo stesso fanno normali utenti che ormai sono immersi nel fango dell’antivaccinismo.
Negare, negare, negare, a tutti i costi. Il problema è che l’ideologia condiziona, come ho mostrato, l’opinione pubblica, i media, le persone, gli interessati. Non è una bella cosa, sono quelle che oggi, con un termine inglese poco elegante, sono chiamate “fake news” che da noi si traduce più o meno come “post verità“.

Lascio a voi le considerazioni.

Un esempio di post verità (leggetene la definizione, calza a pennello) che nemmeno le vittime (gli utenti, i genitori) vogliono ammettere e nemmeno gli autori (uno almeno) vogliono analizzare o rivedere.
Non ho scritto che queste reazioni siano tipiche degli antivaxx o degli utenti più ideologizzati ma, al contrario, sono molto comuni, tutti ci chiudiamo e rifiutiamo una verità che smentisce la nostra, tutti reagiamo con nervosismo quando qualcuno sottolinea o fa notare una nostra mancanza, un difetto, un problema. Non è un bel lato dell’istinto umano perché ci rende vittime di bugie, ci fa diventare manipolabili (seguiamo chi dice ciò che ci piace, non ciò che è giusto), ci rende schiavi di un sistema e ci mantiene immaturi e scollegati dalla realtà.

Il trucco forse è trovare un giusto equilibrio. Capire che se abbiamo commesso un errore è molto più utile e conveniente (proprio per noi!) accorgercene e rimediare. Se chiudersi a riccio ed aggredire è umano, è molto più conveniente riaprirsi e correggere l’errore. Sta ad ognuno di noi approfittare di queste opportunità. Con i commenti successivi al mio articolo ho potuto distinguere la persona veramente interessata da quella ideologizzata, quella corretta da quella disonesta. Ho avuto la conferma sulla disonestà intellettuale di alcuni, che già sospettavo e, al contrario, mi sono stupito piacevolmente per l’onestà di altri, che pensavo estremisti e che invece hanno ammesso di aver preso un abbaglio.
Da questa storia ho imparato tante cose, come mi era già capitato altre volte e allora forse raccontarla può servire anche a voi. Capire che la realtà dipinta da media ed opinione pubblica non è sempre quella vera e che se volessimo farci un’idea reale e più aderente possibile ai fatti, è sempre meglio cercare la fonte delle notizie e, se il caso, cambiare idea, non restare fermi nelle proprie posizioni anche se sbagliate.

Io parlo di medicina ma probabilmente questo si può estendere in tutti i campi.

Sarà una sciocchezza ma la trovo interessante, da approfondire e, per certi versi, affascinante, per questo l’ho raccontata.

Alla prossima.

Signum: la verità va oltre la propaganda.

Signum: la verità va oltre la propaganda.

Qualcuno di voi ne avrà sentito parlare.
Sono uscite, qualche giorno fa, le conclusioni di una commissione d’inchiesta sull’uranio impoverito e sui vaccini usati nell’ambito militare. In pratica si sono indagati eventuali danni o problemi causati dall’uranio impoverito (usato per le munizioni) o dalle vaccinazioni che si fanno ai militari. Dell’uranio non discuto perché non è questo l’argomento che mi interessa, dei vaccini sì.
Si è sparsa la notizia (allarmante) che i vaccini avrebbero causato ai militari dei danni e che, per questo motivo, sarebbero opportuni test prevaccinali (esami per vedere se i vaccini possono essere fatti) e l’esecuzione di vaccinazioni singole, massimo cinque. Tutto confermato, anzi, certificato da una commissione d’inchiesta. Ovviamente queste notizie sono state cavalcate dai terroristi antivaccino e molti genitori si sono chiesti cosa ci fosse di vero. Proviamo a capirlo assieme.

Cosa si è detto, cosa si è letto

Le vaccinazioni ai militari, questo è uno degli argomenti trattati da un’indagine governativa: farne tante e tutte assieme sarebbe pericoloso per i soldati. Se così fosse l’allarme sarebbe reale. Se è pericoloso vaccinare i militati (adulti) cosa succede nei bambini? Se è pericoloso usare 5 vaccini, cosa succede a farne 6, 12 o 20? I vaccini poi sarebbero stati causa di malattie, morti, tumori, tutto coperto e non diffuso dai vertici militari e tutto riportato in molti siti e riviste on line.

Malattie e decessi causati dai vaccini. Così su internet si parla del progetto Signum

Troppi vaccini? Ecco le “gravi conseguenze”.

Così tra genitori e mamme si sono diffuse paure esagerate.

In un’epoca in cui si parla di “post verità” e di “fake news” quello che è successo è secondo me molto interessante. Si tratterebbe delle conclusioni di un rapporto di una commissione di esperti. Insospettabile dunque e, per questo, le conclusioni sarebbero ancora più preoccupanti. Il rapporto (si chiama rapporto “Signum“) è disponibile pubblicamente.

Cosa ha percepito il pubblico?

Ho provato così a fare un piccolo esperimento sociale chiedendo ai lettori della mia pagina Facebook cosa ne pensassero e cosa sapessero di questo rapporto.
Ho creato così un questionario dal titolo:

“Rapporto Signum: uranio impoverito e vaccini nei militari”

Che prevedeva tre risposte:

  • 1) Ricordate dove ne avete sentito parlare?
  • 2) Cosa dice il rapporto a proposito delle vaccinazioni?
  • 3) Sei sicuro di queste conclusioni (sì/non del tutto/no)?
Ed ecco le risposte (non hanno valore statistico o scientifico ma solo conoscitivo). Ho escluso le risposte incomplete o non chiare. Ho escluso chi invece di rispondere ha commentato o espresso un’opinione generale. Credo che il risultato sia molto interessante e ci dica molto sul rapporto tra informazione e chiarezza della stessa, senza dimenticare che si tratta di una commissione dello stato italiano e quindi la mancanza di chiarezza, i dubbi, le perplessità potevano essere chiarite dallo stesso stato che invece non lo ha fatto e quindi è complice di tanta confusione. Andiamo alle risposte.
Ricordate dove ne avete sentito parlare?
– Internet: 36
– Facebook: 27
– Amici/Parenti: 7
– Giornali: 3
– Televisione: 2
Cosa dice il rapporto a proposito delle vaccinazioni?
– Che i vaccini hanno causato danni/malattie/tumori: 51
– Che i vaccini sono sicuri: 15
– Che i vaccini hanno causato anomalie immunitarie o genetiche: 9
Sei sicuro di queste conclusioni?
– No: 47
– Si: 13
– Non del tutto: 11

Sondaggio simile l’ho fatto su Twitter.

Hai mai sentito parlare del “rapporto Signum”? Si tratta di un’inchiesta che studia le conseguenze delle vaccinazioni (ed altro) sui militari. Se ne hai sentito parlare, ti ricordi cosa ne sai sulle conclusioni? Cosa hanno causato i vaccini nei militari?

Con questi risultati (200 voti):

– Danni molto gravi: 3%
– Tumori: 4%
– Malattie di vario tipo: 6%
– Nessun danno particolare: 87%

Interessante, vero?
La maggioranza di chi mi segue su Facebook ha saputo del rapporto Signum da internet e da Facebook, pensa che le conclusioni siano state che i vaccini abbiano causato danni o malattie ai militari ed in particolare dei tumori (citate le leucemie ed i linfomi) però non è sicuro di questa conclusione. Su Twitter il risultato è diverso: la maggioranza assoluta sostiene che il rapporto non evidenzia nessun danno particolare dei vaccini sui militari ma resta un 13% di persone che ha percepito che i vaccini avrebbero causato danni, tumori o malattie nei militari.

Questo è quello che ha percepito il lettore, il pubblico. È interessante un’altra cosa: il pubblico delle mia pagine social è, per ovvi motivi, più portato alle posizioni scientifiche ed a prendere le distanze da quelle antivacciniste o complottistiche. Potrebbe quindi non stupire il risultato del non aver creduto fino in fondo alle conclusioni del rapporto Signum ma notate come, nonostante questo, molte persone abbiano percepito che, dal rapporto, siano stati evidenziati rischi o addirittura malattie per i militari vaccinati.

Le conseguenze

Ma come stanno le cose? Cosa è successo?
Gli antivaccinisti hanno gridato allo scandalo. In effetti la cosa è molto strana, una situazione che capovolgerebbe tutte le conoscenze scientifiche di oggi non è nemmeno considerata. Censura? Complotto?
Le associazioni antivaccino hanno chiesto di parlare di questo scandalo. Ma com’è possibile che gli studi dicano che i vaccini sono sicuri mentre questo “dossier” dica il contrario? Com’è possibile che i medici dicono che vaccinare è un atto importante, sicuro ed utile mentre Signum no? Come mai la scienza dice che non esistono test prevaccinali mentre la commissione dice che bisogna farli?
C’è da dire che una commissione d’inchiesta ha analizzato questi dati e poi ha cercato di completarli controllando negli anni i militari inizialmente seguiti. Non è riuscita a farlo (rinunciando a dare quindi una risposta definitiva e sufficientemente attendibile) perché progressivamente i militari hanno rinunciato ai controlli per vari motivi, riducendosi ad un numero irrisorio (poco più di 90).

Questo episodio mi ha fatto riflettere molto sulla situazione attuale e sull’informazione che abbiamo in Italia. In pratica ormai si discute con il “passaparola”, con le insinuazioni ed i “si dice“, si ragiona, come si suol dire, “leggendo solo il titolo”. Non si approfondisce, non si analizza la notizia, non si va direttamente alle fonti. Così può essere scritta qualsiasi verità e persino le menzogne o le calunnie, basta che facciano il gioco di qualcuno, possono trasformarsi in verità. Il pubblico può essere manipolato e convinto di qualcosa che non c’è.
È quello che si definisce propaganda. Si ragiona e si discute non dei fatti, non dei dati oggettivi ma di quello che qualcuno, per suo interesse evidentemente, trasforma.
Se un dossier governativo dice che i vaccini fanno male (agli adulti!) perché nessuno blocca le vaccinazioni che quotidianamente facciamo ai nostri figli?
Ed io che ho vaccinato mio figlio, ho fatto la cosa peggiore che potessi fare? E i miei studi? I libri? Attenzione, non stiamo parlando dei deliri di un pazzo o delle insinuazioni di un antivaccinista ma di un dossier ufficiale, scaturito da indagini durate molti anni. Perché nessuno ci dice che i vaccini fanno male?
Quale risposta a questa terribile domanda?

I fatti, non le opinioni, sono la verità.

Beh, la soluzione è più semplice di quella che si pensa: da nessuna parte nel rapporto è scritto che i vaccini farebbero male, da nessuna parte che fare molti vaccini sarebbe pericoloso.

Non ci sono danni evidenti né particolari allarmi sulle vaccinazioni. Come si fa a capirlo? Basta leggere. Ricordate cosa dicevo quando svelavo il trucco di un ciarlatano? Il referto falso, la finta guarigione, i dati manipolati, tutto si scopriva nel modo più semplice: leggendo ma alla fonte.
Leggiamo che una commissione avrebbe scoperto danni spaventosi dei vaccini e ci accontentiamo ma chi si prenderà mai la briga di controllare i dati dai quali la commissione avrebbe raggiunto questa conclusione? Pochissimi.
Chi leggerà un documento di 200 pagine per confutare chi parla di “gravi danni dei vaccini” solo per sparare a zero sulle vaccinazioni?
In questi giorni ho letto diverse persone che dicevano proprio questo: “danni gravi dai vaccini, lo dice anche un rapporto di esperti” ma quando ho chiesto se avessero letto il rapporto la risposta è stata no, sempre.
Avete presente il gioco del “passaparola”? La frase iniziale si trasforma ad ogni passaggio diventando completamente diversa alla fine.

Quel documento, a quanto pare, è stato letto da pochissime persone.
Come si potrebbe fare d’altronde, visto che quel documento è lungo (200 pagine!) complicato e tecnico?
Già.
Orwell lo aveva previsto, viviamo l’epoca della post verità. La realtà non è quella che è, non è guidata dai fatti ma viene trasformata, diventa un romanzo nel quale ognuno scrive le parole che vuole Allora provo a spiegarvi io, che quel dossier l’ho letto, cosa ha trovato la commissione sui vaccini e cosa dice il rapporto Signum. Ho provato quindi a schematizzare e riassumere tutto il dossier per renderlo comprensibile, allegando le immagini riprese direttamente dal rapporto (per mostrare che quanto dico non è mia “opinione” ma è un fatto oggettivo, scritto nero su bianco) spero sia un lavoro che servirà a tanti per chiarirsi le idee.
Il rapporto Signum dice che:
1) Sono stati eseguiti degli esami di vario tipo nei militari. 982 militari impegnati in Iraq nel 2004 e nel 2005.

2) Questi esami, per controllare eventuali danni provocati sui militari dai vaccini, dovevano cercare la presenza di alterazioni ossidative del DNA (sono modificazioni che mostrano un danno progressivo delle nostre cellule avvengono normalmente nel nostro organismo, già per il solo fatto di vivere), presenza di cellule con “micronuclei” (piccole formazioni dentro la cellula che si rinvengono in particolari condizioni) e di “addotti del DNA” (ovvero di frammenti di DNA che si legano, si uniscono a varie molecole estranee, per esempio un gas o un metallo). Tutti questi elementi avrebbero dovuto accertare l’eventuale pericolosità dei vaccini (la presenza di questi danni, poteva far sospettare un coinvolgimento delle vaccinazioni ai militari).

3) La ricerca di addotti del DNA ha mostrato un livello normale, quello conosciuto nella popolazione generale.

4) Sono state trovate alcune alterazioni ossidative, di entità modesta. Queste non sono legate ad una sostanza particolare e non hanno origine da qualche elemento conosciuto, ci sono e basta, non ne conosciamo l’origine, queste alterazioni sono più alte con l’aumentare dell’età dei militari. Hanno comunque una frequenza molte volte inferiore a quella riscontrata quando si è esposti a inquinanti noti (come il fumo o esposizioni a sostanze tossiche).

5) Queste alterazioni sono presenti nei militari che hanno fatto più di 5 vaccini. In quelli che lavorano all’aperto, in chi si espone al Sole, in chi ha un ritmo sonno-veglia alterato, in chi fa attività fisica, in chi ha reazioni immunitarie ed altri. In pratica non sono alterazioni legate solo alle vaccinazioni o legate ad esse in maniera inaspettata o specifica ma a tutta una serie di attività di vario tipo, anche quotidiane.

6) Sembra che queste alterazioni siano “fenomeni adattativi“, ovvero l’organismo, in risposta a varie attività (quelle sopra, dall’attività fisica alle vaccinazioni fino all’esposizione al Sole) mostra queste alterazioni.
Nel caso dei vaccini si tratta delle attese risposte (l’induzione dell’immunità) che avvengono dopo la vaccinazione.

7) Le alterazioni di cui si parla sono le stesse che avvengono ogni giorno, in tutti gli esseri viventi, semplicemente vivendo, dal momento della nascita. Camminare, ragionare, fare una qualsiasi attività, causa alterazioni ossidative del nostro DNA. Conseguenza, come riporta lo stesso dossier, del normale invecchiamento. Ovviamente “azioni” stressanti aumentano queste alterazioni. Proprio come mostrato nel rapporto. L’attività fisica, lo stress, i farmaci, perdere sonno o attività impegnative (lo sforzo fisico, ad esempio) possono aumentarle ma è una conseguenza inevitabile, è il segno della risposta dell’organismo alle cose.
8) Sono state trovate in particolare alterazioni di alcuni tipi di cellule in chi faceva alcuni vaccini in numero superiore a 5 ma queste alterazioni erano presenti in pochissime persone e quindi non considerate significative.

9) Le reazioni ossidative del DNA (che, ribadirlo è utile, si sono rivelate modeste e sono state riscontrate in una piccola frazione di persone, circa il 4%) sono probabilmente dovute, come riporta lo stesso dossier Signum, al “rilevante carico psico-fisico e climatico a cui i partecipanti della missione sono stati sottoposti.”. Lo stress e l’alterazione del ritmo sonno-veglia sono le cause probabilmente più importanti di alterazioni ossidative notate. Lo stesso l’aumentata presenza di micronuclei (piccole strutture che si notano in varie alterazioni della cellule, dai tumori ma anche in alterazioni immunitarie, carenze vitaminiche, esposizione a radiazioni ed altro).

10) Le vaccinazioni nei militari sono fatte senza controllare lo stato immunitario precedente.
Mentre un bambino sicuramente non è stato vaccinato e non ha preso la malattia, lo stesso non si può dire di un adulto perché nei militari non è richiesta particolare documentazione riguardante il loro stato medico. Nonostante si sappia che un’eventuale vaccinazione ripetuta non causi particolari problemi, sarebbe forse il caso di controllare, prima della vaccinazione, se il militare avesse o meno contratto la malattia per cui si vuole fare la vaccinazione o avesse già fatto una vaccinazione. In pratica fare gli esami per vedere lo stato vaccinale del militare.
Sono questi gli “esami prevaccinali” di cui parla il dossier Signum.

11) Le alterazioni notate non sono un fattore di rischio singolo (cioè da sole, così come sono) per malattie tumorali o degenerative. Nel dossier è scritto (pag. 131):

“Il solo incremento di alterazioni ossidative non costituisce di per sé un fattore di rischio per patologie oncologiche o cronico-degenerative”.

E i metalli? Quante persone (impreparate) hanno gridato all’allarme metalli nei vaccini…eppure anche nel rapporto Signum si dice una cosa interessante, nessun collegamento tra alterazioni riscontrate e metalli analizzati:

Notate per caso allarmi o gli stessi toni drammatici che avete letto a proposito di questo dossier?

Non c’è evidenza di malattie, problemi di salute, malformazioni, alterazioni di organi o funzioni causate dai vaccini. Non c’è nessuna evidenza che la vaccinazione, il numero di vaccini o il loro, tipo, possano causare problematiche inaspettate, impreviste, esagerate o dannose per la salute.
È scritto tutto nero su bianco.
Basta leggere.

La post verità: basta leggere per capire.

Se proprio fosse stato mio compito interpretare i dati risultati dall’inchiesta, avrei sottolineato probabilmente la necessità di non sommare i fattori di rischio (il militare è già sottoposto a stress psicofisico, se poi fumasse o si alimentasse male potrebbe peggiorare il suo stato di salute), curerei l’alimentazione, cercherei di fare attenzione a turni ed attività pesanti, userei alcuni giorni di riposo durante le vaccinazioni e così via. Non ho letto elementi particolarmente allarmanti. La cosa più importante però, che nessuno ha sottolineato e che, nonostante questi dati non siano di alto valore scientifico, emerge chiaramente, è che le vaccinazioni, anche ripetute, non mostrano effetti collaterali importanti e che persino in una popolazione sottoposta a stress, come quella militare, non si notano particolari danni cellulari.
La curiosità è nel fatto che la “post verità”, stavolta usata dagli antivaccinisti e dai siti complottistici, ha trasformato l’ennesima prova della sicurezza dei vaccini in “prova del danno”, con l’aggiunta di toni allarmistici e drammatici, questo mi ha spinto ad approfondire ed a studiare il rapporto.

Spero di aver chiarito le idee a chi aveva qualche dubbio o perplessità alla notizia di questo rapporto. Non è facile avere il tempo per leggere 200 pagine ma ho provato a farlo e per l’ennesima volta ho avuto conferma di un concetto semplice e chiaro: se hai un dubbio non ti fidare di ciò che ti dicono ma vai a controllare personalmente.

Il “basta leggere”, come detto, è quello che dicevo anni fa, quando ho iniziato a scrivere in questo blog analizzando le finte guarigioni dei ciarlatani. I trucchi non erano difficili o nascosti, erano lì, sotto gli occhi di tutti, bastava semplicemente un po’ di spirito critico e di osservazione.

La verità è lì fuori che aspetta quindi, cercatela e, se proprio non la trovate non diffondete le bugie perché è questo che alcuni vogliono.
Alla prossima.
Il fattore Eureka: come si legge uno studio scientifico (parte 2).

Il fattore Eureka: come si legge uno studio scientifico (parte 2).

Questa è la seconda parte di un articolo apparso in questo blog qui.
L’autore è Giuliano Parpaglioni, biologo nutrizionista.
Ci spiega cosa sono gli studi scientifici, come si leggono, cosa possono trovare ed introduce un nuovo fattore di valutazione, il “fattore Eureka“, un indice inventato ma che ci può dare un’idea sul livello di importanza di una ricerca scientifica. Ovviamente conviene leggere la prima parte per comprendere meglio questa seconda.

Quando leggiamo una ricerca dovremmo sempre sapere cosa stiamo leggendo. Uno studio non è uguale all’altro, ha scopi diversi, nasce con basi diverse e giunge a conclusioni diverse. Per questo motivo gli studi hanno differenze profonde, già a partire dal metodo, cioè dalle regole e dalle basi che li hanno originati.
Ma quali sono i diversi tipi di studio scientifico?
Eccolo spiegato.
Buona lettura.

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Studi descrittiviFatture Eureka 1-3 Gli studi descrittivi sono quelli che descrivono una data realtà: l’incidenza di una malattia, la presenza di un dato agente infettivo… ma anche ad esempio i case report, ovvero le pubblicazioni che riguardano una sola persona: il medico ha notato qualcosa di strano e pubblica l’esperienza su una rivista scientifica. Altro tipo di studio descrittivo è lo studio ecologico, che non riguarda la singola persona ma una popolazione. Questi studi sono la base della ricerca fuori dal laboratorio: cercano possibili correlazioni, cercano particolari, stimolano la curiosità di andare a vedere se c’è un nesso causale tra A e B, ma non danno risposte. Il FE di questi studi potremmo metterlo tra 1 e 3, a seconda della qualità dello studio. Un esempio è il case report di un ragazzo di 19 anni con disfunzioni erettili che il medico ha associato all’alto consumo di soia (3): interessante, ma va come minimo contestualizzato (il ragazzo soffriva anche di diabete) e verificato con altri studi.

Studi analiticiFattore Eureka 2-7 Gli studi descrittivi sono pura osservazione e descrizione degli eventi. Gli studi analitici invece tentano di dare una giustificazione a quello che si osserva analizzando il fenomeno confrontando due popolazioni diverse: si usa quindi un controllo: una seconda popolazione di confronto.
• Studio trasversale (cross-sectional). Con questionari o utilizzando registri pubblici si cerca una relazione in un dato momento tra un evento A e un evento B. Ad esempio è possibile studiare l’associazione di obesità e artrite tra gennaio 2015 e gennaio 2016 a Milano, si fa un’istantanea, in un dato momento, di quella popolazione, si confrontano le persone tra loro e si può trovare una correlazione statisticamente significativa tra gli eventi. Il problema è che con questo tipo di studi non si riesce a capire se è A a causare B o viceversa: l’obesità scatena l’artrite per aumento dell’infiammazione o l’artrite causa l’obesità per una minore possibilità di muoversi? Questo tipo di studi potrebbero avere un FE da 2 a 4 a seconda della qualità dello studio. Sono più significativi degli studi descrittivi perché riescono a trovare correlazioni, ma non un rapporto di causa-effetto.
• Studio caso-controllo. In questo tipo di studi si prende in considerazione prima di tutto un effetto (ad esempio la presenza di una patologia) e si va indietro nel tempo per indagarne le cause. Grazie agli studi descrittivi si sospetta che ci sia, ad esempio, una correlazione tra una patologia e un certo tipo di alimentazione, così si cerca di capire come le persone si siano alimentate negli anni precedenti. Grossolanamente, se tra coloro che in passato hanno seguito una certa alimentazione sono molto frequenti i malati, mentre la popolazione che non l’ha seguita è più sana, è ragionevole supporre che quell’alimentazione causi la malattia. Potremmo dare a questi studi un FE da 3 a 5 a seconda della qualità del singolo studio. Cominciamo a riconoscere delle correlazioni causali, anche se non perfette: l’indagine retrospettiva non permette molta precisione, i registri potrebbero essere curati male, la memoria potrebbe essere imprecisa.
• Studio di coorte. È il principe degli studi osservazionali analitici, ed è anche il più costoso in assoluto. Lo studio di coorte prevede che si seguano delle popolazioni per un certo periodo di tempo, andando a registrare prima di tutto le possibili cause (es. un tipo di alimentazione suggerita dagli studi descrittivi) e, nel tempo, vedere cosa succede a chi è stato esposto a quell’evento (es. a chi continua ad alimentarsi in un dato modo). È spesso una ricerca lunga anni, che coinvolge molti centri di ricerca spesso sparsi per il mondo, di solito arruola decine di migliaia (o centinaia di migliaia) di persone per vedere cosa cambia col passare del tempo nella loro salute. Un esempio è lo studio EPIC (European Prospective Investigation Into Cancer and Nutrition), che cerca di capire come l’alimentazione influenzi l’insorgenza dei tumori. I risultati dati da questo tipo di indagine sono molto importanti, a volte determinanti per gli aggiornamenti delle linee guida, ma sono anche estremamente difficili e costosi.
A mio parere, il FE va da 5 a 7, perché dato l’alto numero di casi arruolati nella statistica e l’alto numero di ricercatori coinvolti, è altamente improbabile che la qualità possa essere scarsa.
Studi cliniciFattore Eureka 5-8 Gli studi clinici sono quelli fatti in ospedale, sono quelli ad esempio che permettono la commercializzazione di nuovi farmaci e sono molto interessanti perché sono studi di intervento. Non ci si limita più a osservare, ma si interviene con un qualche approccio terapeutico per cambiare la situazione di un dato campione di persone. Determinante, per l’influenza che può avere questo tipo di ricerca, è il campione: il numero e la qualità delle persone coinvolte. In queste ricerche si può, ad esempio, confrontare l’effetto di un nuovo farmaco con il vecchio, oppure con un placebo. Se il campione di persone coinvolto è piccolo, lo studio può dare indizi per ulteriori indagini, ma difficilmente potrà essere un caposaldo della ricerca. Inoltre, si può decidere di randomizzare il campione oppure no: se io decido che data la caratteristica A il paziente avrà il placebo e data la caratteristica B avrà il farmaco vero, sto pilotando i due gruppi (e non è per forza un male, dipende dall’obiettivo della ricerca). Se invece ho interesse nel fatto che i due gruppi siano il più omogenei possibile allora dovrò randomizzarli, ovvero fare in modo che chi ha la caratteristica A finisca sia nel gruppo di controllo sia in quello con il farmaco vero. Altra caratteristica: gli studi possono essere in cieco, in doppio cieco e in triplo cieco. Gli studi in cieco sono quando il paziente non sa se sta prendendo il nuovo farmaco o quello vecchio; il doppio cieco è quando anche il ricercatore non sa se sta somministrando l’uno o l’altro; il triplo cieco coinvolge anche chi elabora i risultati, ad esempio lo statistico del gruppo di ricerca. Queste accortezze servono per minimizzare l’effetto placebo, che ci sarebbe in ogni caso. Tutte queste cose insieme fanno sì che questi studi siano estremamente importanti per la ricerca, e a seconda della qualità (piccolo o grande campione, randomizzazione, cieco, doppio cieco o triplo cieco) il FE può essere tra 5 e 8.
Revisioni sistematiche e metanalisiFattore Eureka 7-10 Capita spesso di trovare che lo studio A dica una cosa e lo studio B dica l’esatto contrario. Come si può decidere quale sia la posizione corretta? Ci vengono in aiuto le revisioni della letteratura. Storicamente una revisione (o review) è il racconto dello stato dell’arte: si prende tutta la letteratura scientifica su un dato argomento e se ne fa un riassunto, pubblicando la propria opinione a riguardo. Questo tipo di revisione è ormai abbastanza difficile da incontrare in ricerca clinica, anche se ne ha costituito la storia anche in epoca recente. Ora si parla soprattutto di revisioni sistematiche: un tipo di revisione più ancorato ai fatti. Si incomincia sempre dall’insieme della letteratura su un dato argomento, da qui i lavori vengono selezionati secondo criteri oggettivi di qualità e si dà un giudizio complessivo solo su quelli rimanenti. Per dare un’idea: è possibile che su un dato argomento ci siano più di 20.000 articoli, ma che in una revisione sistematica con criteri di selezione stringenti ne vengano esaminati al massimo una trentina. Quando poi, oltre al giudizio qualitativo e complessivo viene aggiunta anche l’analisi matematico-statistica, non si parla più di revisione sistematica ma di metanalisi.
Con questo tipo di lavoro arriviamo al punto più alto dell’analisi dei dati a disposizione: si prendono i risultati numerici dei lavori selezionati (con gli stessi criteri oggettivi delle revisioni sistematiche) e si mettono insieme per trovare delle risposte chiare e precise. Un esempio di metanalisi è il gigantesco lavoro del WCRF (World Cancer Research Fund), che mette insieme i dati di tutti i lavori che riguardano l’alimentazione, lo stile di vita e lo sviluppo di tumori. Questi lavori vanno secondo me da un FE di 7 in caso di revisione semplice, fino a un FE di 9 nel caso delle metanalisi. Ovviamente, la metanalisi che riguarda studi clinici ha più impatto di una metanalisi che riguarda studi di coorte. Esistono anche metanalisi di metanalisi, e probabilmente sono la cosa che più si avvicina a un FE di 10.

Conclusioni 
Leggere uno studio su PubMed non è una cosa semplice, molto spesso lo stesso linguaggio tecnico impedisce di capire bene quello che si sta leggendo e la matematica e la statistica sono scogli importanti anche per molti addetti ai lavori. Questo che ho proposto, anche in maniera scherzosa con la mia scala Eureka, è un primo passo per orientarsi e poter verificare meglio quello che si legge in giro. Non tutte le ricerche sono uguali, non tutte hanno lo stesso valore ma, allo stesso tempo, non per questo vanno trascurate perché possono essere l’inizio di qualcosa di importante in futuro. La ricerca in laboratorio, ad esempio, non ha alcun impatto immediato sulla quotidianità, ma è il punto di partenza dal quale scaturisce tutto il resto. Allo stesso modo, le metanalisi vanno analizzate, discusse, criticate e spolpate fino all’osso per poter essere prese in considerazione e poter diventare rilevanti come dovrebbero essere. La prossima volta che leggete su internet che hanno trovato la cura per il cancro, provate a cercare il lavoro originale e a capire di che tipo di lavoro si tratta, magari si sta solo illustrando uno studio ecologico.
Bibliografia
(1). Murad MH, Asi N, Alsawas M, Alahdab F. New evidence pyramid. Evid Based Med. 2016;21(4):125-127. doi:10.1136/ebmed-2016-110401.
(2). Grimes DA, Schulz KF. An overview of clinical research: the lay of the land. Lancet (London, England). 2002;359(9300):57-61. doi:10.1016/S0140-6736(02)07283-5.
(3). Siepmann T, Roofeh J, Kiefer FW, Edelson DG. Hypogonadism and erectile dysfunction associated with soy product consumption. Nutrition. 2011;27(7-8):859-862. doi:10.1016/j.nut.2010.10.018.
Donne

Donne

Io le donne le conosco.
Ma non come pensate voi.
Sono ginecologo quindi devo conoscerle anatomicamente, però credo di conoscerle anche da altri punti di vista.
Le frequento da decenni, le ascolto, discuto con loro, dei loro problemi e frequentemente si passa dal disturbo e dal dolore al fatto personale, al problema in famiglia, in fondo, ho dedicato la mia vita alla salute delle donne, come potrei non volerle bene?
Le donne sono diverse una dall’altra, c’è la signora, nel senso popolare del termine, quella nobile, nei gesti e nelle parole. C’è la svampita, donne che ne combinano di tutti i colori, c’è la timida, la coraggiosa, poi c’è quella volgare, un po’ aggressiva ma che in fondo lo fa solo per fare la forte, quella senza limiti ma che invece ha più limiti di tutti.
Le donne sono tutte diverse ma hanno la femminilità che le unisce. C’è quella che si vuole dare un tono ma è una bambina spaventata. C’è la donna forte, quella che sembra corazzata, c’è quella strana, quella che fa la vip ma è più timida di tutte e c’è l’eterna ragazza. C’è la rompiscatole, quella perfettissima, che non ne sbaglia una e che non se ne fa scappare nessuna, conosce tutti i farmaci, le posologie, gli effetti collaterali e le varie confezioni. Poi c’è l’alternativa, quella che vuole le vitamine. Le donne hanno un amore sviscerato per i loro bambini. In gravidanza sono incredibili, precise, decise, diventano più belle. Tutte le donne sono di un’intelligenza particolare, hanno una sensibilità ed un modo di fare unico.
Nulla a che vedere con noi uomini, rozzi, pesanti, banali. E non lo dico per luogo comune ma proprio perché noi uomini siamo in genere più prevedibili e superficiali.
Quando un uomo deve descrivermi il disturbo ginecologico della moglie dice quasi sempre “ha un problema alla vagina” e per lui la “vagina” è una cosa che è in un punto indefinito tra l’ombelico ed il ginocchio. La “vagina” è tutto ciò che riguarda la sfera intima femminile, i mariti che telefonano e mi dicono “mia moglie ha un problema alla vagina” si confondono perché per loro la donna, persino la moglie, non ha un utero o delle ovaie, per non parlare delle tube, la donna ha la vagina, da tutte le parti.
La donna invece conosce i termini, le parole. Quando deve parlare di cose intime un po’ abbassa gli occhi ma poi te lo dice.
L’uomo no, deve fare il maschio e quindi non abbassa gli occhi ma, a me, quelle che abbassano gli occhi piacciono, sono normali, umane, parlano di una cosa personale e quindi si emozionano, è assolutamente umano.
Poi ti fanno anche ridere. Quando ti dicono che hanno un “fibloma” (un fibroma, problema dell’utero) o non si ricordano le date delle mestruazioni e mi chiedono di ricordagliele. Le donne sono belle, tutte, in tutte c’è qualcosa di unico, lo sguardo, il sorriso, la voce.
Credo di conoscere le donne, quindi a loro auguro semplicemente di restare come sono.
Alla prossima.
Il fattore Eureka: come si legge uno studio scientifico (parte 1).

Il fattore Eureka: come si legge uno studio scientifico (parte 1).

Già in passato ho ospitato in questo blog gli articoli di Giuliano Parpaglioni, biologo nutrizionista, che con quello che leggerete oggi ci spiegherà come si legge uno studio scientifico.
Non è facile come può sembrare ad un profano, ci sono molti elementi da valutare, particolari tecnici e fatti che, chi non è del campo, potrebbe sottovalutare.
Anche la ricerca apparentemente più banale può nascondere un colpo di genio e, viceversa, anche quella più complicata può essere, in realtà, vera spazzatura. Come fare quindi a valutare l’importanza di uno studio scientifico?
Oggi, con l’aumentare delle riviste “predatorie” (riviste scientifiche che di scientifico hanno pochissimo, pubblicano qualsiasi cosa, a prescindere dalla sua attendibilità, dietro pagamento) il caos è totale. È possibile trovare un dato ed il suo opposto. Non è facile quindi, per chi non ha gli strumenti adatti, capire il livello di ciò che si legge.

Il fattore Eureka è un indice inventato, bella intuizione di Giuliano, che serve a valutare l’attendibilità di uno studio.
Come fare? Eccolo spiegato.
L’articolo è diviso in due parti (potrebbe sembrare molto difficile ma non lo è e merita perché ci spiega cose che richiederebbero volumi interi).
Grazie a Giuliano Parpaglioni per la sua collaborazione.
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Normalmente, le notizie in ambito scientifico arrivano tramite intermediari. Ognuno di noi si informa più o meno come tutti gli altri: articoli divulgativi online e cartacei, articoli di giornale, servizi televisivi, passaparola con amici e parenti.
Tutto quello che arriva alle notizie, ovviamente, deve avere avuto un’origine da qualche ricercatore che a un certo punto ha detto “oh, ecco: ora sappiamo che da A deriva B” pubblicando tutto il suo lavoro dimostrativo in una rivista scientifica in maniera dettagliata e tecnica. Successivamente, i giornalisti scientifici, gli addetti ai lavori o i vari interessati a quel dato argomento andranno a leggere quel lavoro e diffonderanno la notizia con i loro mezzi: generalmente il primo passaggio è cercare lo studio in un motore di ricerca dedicato, e PubMed è il più utilizzato.
Il passaggio tra l’articolo originale e l’orecchio della persona comune è quindi un passaggio critico, perché passa per una terza persona che si occupa di dare voce popolare a ciò che dice quel lavoro scientifico, spesso incomprensibile ai non addetti ai lavori. Salvo casi di cattiva scienza (ovvero lavori poco accurati, con analisi statistiche fantasiose o vere e proprie frodi), è questo il momento in cui siamo più deboli: dobbiamo fidarci di chi diffonde la notizia e della sua interpretazione, perché non saremmo in grado di andare a verificarla. Eppure sarebbe utile a molti il poter verificare le notizie che ci arrivano. L’obiettivo di questo articolo, quindi, sarà cercare di fare almeno un po’ di chiarezza tra i vari tipi diversi di studi che si possono trovare su PubMed, quale sia il peso di ciascun tipo di articolo nella quotidianità e quanto possiamo fidarci di un risultato, se non dal punto di vista matematico e statistico, almeno da quello divulgativo.

Il fattore Eureka
Credo che il modo migliore per arrivare all’obiettivo sia introdurre una scala di valori.
Potremmo chiamarla “scala Eureka”, e possiamo delimitarla tra 1 a 10.
Eureka è una parola che si traduce con “ho trovato” ed è attribuita ad Archimede di Siracusa;
nel nostro caso serve per definire lo stato di conoscenza raggiunto con un certo tipo di ricerca: con un Fattore Eureka (FE) di 1, più che “ho trovato” siamo di fronte a “forse potrebbe essere se”; un FE di 10 invece porta la matematica certezza che un dato avvenimento sia esattamente come descrive lo studio.
Un tipo di ricerca che abbia un FE pari a 1 potrebbe essere l’inizio di un nuovo filone di ricerca, un indizio per vedere se, come e quando una data cosa effettivamente avviene; un tipo di ricerca che arriva al 10 cambia le linee guida. Ci tengo a sottolineare che sto parlando di tipi diversi di pubblicazioni, non di singoli lavori: per questo motivo la scala non sarà mai esattamente definita ma magari potrà andare da TOT a TOT2 per quel tipo di pubblicazione. Ovviamente ci sono tanti lavori che rientrano in un FE di 1, ma 10 è praticamente una chimera: la scienza va avanti per verifiche e l’idea che esista un tipo di studio che da solo possa cambiare il mondo è alquanto improbabile. In questo contesto, questa scala ci servirà solo per capire come classificare quello che troviamo su PubMed, e che spesso viene riportato negli articoli: posso fare più affidamento su uno studio ecologico o su uno studio di coorte? Ha più rilevanza un trial clinico o uno studio caso-controllo? Queste sono le domande a cui voglio rispondere con la scala Eureka.
Esiste, in letteratura, quella che viene chiamata la evidence pyramid (1), la scala che useremo in questo articolo prenderà spunto dalla nuova versione di questa piramide, proposta nel 2016.

Le pubblicazioni
La ricerca inizia per curiosità, per voler scoprire come funziona qualcosa o per verificare che una data cosa sia effettivamente come si è sempre pensato fosse. Si chiama ricerca di base, ed è quella su cui si poggia tutto il mondo scientifico e tecnologico. In campo biomedico, si fa soprattutto nei laboratori e riguarda principalmente colture cellulari, esperimenti biochimici, microscopi, spettroscopi e camici macchiati di reagenti. Questa è la cosiddetta ricerca preclinica. Può essere in vitro se fatta in provette o su colture cellulari (che è la vera e propria ricerca di base) o in vivo se si tratta di esperimenti su animali (che spesso cerca già una qualche applicazione, anche se grossolana). Lo sviluppo di un farmaco ad esempio comincia così: si sintetizza una molecola, la si prova su cellule e poi su animali, se passa questi test la si prova su esseri umani. Fare ricerca sugli esseri umani però non riguarda solo i farmaci: apre infatti un ventaglio di possibilità molto ampio.
La ricerca clinica
Esiste tutta una serie di ricerche che riguardano la ricerca clinica e l’epidemiologia, tutte importanti – a loro modo – per comprendere meglio la realtà che ci circonda. Il seguente schema è la traduzione di quello pubblicato su Lancet nel 2002(2) che riassume, a grandi linee, cosa si fa in ricerca.
Immaginiamo di essere dei ricercatori che non fanno ricerca di laboratorio ma ricerca clinica. Abbiamo due strade principali da seguire: fare un qualche tipo di intervento (studi sperimentali) oppure limitarci a osservare cosa succede spontaneamente (studi osservazionali) e, in quest’ultimo caso, potremo decidere di descrivere semplicemente cosa succede in una popolazione (studi descrittivi) oppure fare un confronto tra due popolazioni (studi analitici). La scelta cambierà drasticamente il nostro FE, ma anche i costi e i tempi della nostra ricerca.

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L’argomento, come si vede, è abbastanza complicato ed è per questo che nella valutazione di uno studio scientifico serve competenza. Nonostante possa sembrare ovvio fidarsi delle conclusioni di una ricerca, non è sempre così, gli elementi da valutare sono tanti.

Nella prossima parte dell’articolo cercheremo di capire il significato di ogni tipo di studio, a cosa serve e perché nasce (e cosa può concludere).
Alla prossima.
Il parto diverso.

Il parto diverso.

Sono tantissime le anomalie e le curiosità legate alla gravidanza e al parto.
Oggi vorrei parlarvi di una veramente rara che mi è capitata; ovviamente il caso resta anonimo e lo spiegherò in parole molto semplici.
Una donna, alla seconda gravidanza, decorso fisiologico, viene in reparto in preda alle doglie. L’ostetrica che la visita mi chiede di verificare la situazione perché qualcosa non la convinceva ed in effetti… 
Alla visita riscontro una presentazione anomala.
Conoscere le presentazioni anomale in ostetricia è una cosa molto affascinante (a volte anche difficile), ci fa capire come la natura non è quell’esempio di “perfezione” che molti sostengono, è spesso prevedibile ma non ha alcun obbligo né sentimento nei confronti degli esseri viventi e quindi, a volte, succedono cose per noi incomprensibili perché inaspettate, rare o ritenute strane quando sono, a tutti gli effetti, “naturali” e normali, nel senso che possono succedere. Prima di tutto dobbiamo capire cosa si intende per “presentazione” quando parliamo di parto.

La “presentazione“, in ostetricia, è la posizione assunta dal feto al momento del parto ed in particolare, la parte che si presenta all’esterno prima di partorire.
Per essere ancora più comprensibili: se immaginassimo di guardare dentro il canale da parto com’è posizionato il nascituro, è la parte che si vedrebbe. Se per esempio il nascituro si presentasse con “il sedere” si parlerà di presentazione podalica, se fosse “di testa” si parlerà di presentazione cefalica. La presentazione più comune e fisiologica è la cefalica.

Presentazione podalica (varietà “piedi” perché il feto si presenta con i piedi) e situazione trasversa, il feto è messo “di traverso”, sdraiato). Nel secondo caso il parto spontaneo è impossibile.

Normalmente i bambini nascono in presentazione di cefalica di vertice, che significa che nascono “di testa” e con la testa molto deflessa, per capirlo, immaginate di piegare la vostra testa toccando con il mento il torace, la “punta” della testa è il vertice che è esattamente “verso l’esterno”, è la zona che, chi visita la donna in gravidanza, sente la maggioranza delle volte: questa è la posizione fisiologica in cui si nasce.

C’è un motivo fisiologico che spiega questa cosa, in natura tutto ha uno scopo: la presentazione cefalica di vertice è quella che ha il diametro (cioè la grandezza totale, da un punto all’altro della testa) più piccolo di tutti ed il diametro della parte presentata è la grandezza che deve passare dal canale da parto, si può capire come questa grandezza sia quindi fondamentale e quella fisiologica è la più facile da “partorire”. In alcuni casi, a volte per motivi noti, altre per cause sconosciute, la testa non assume la posizione corretta.
In alcuni casi non è la testa che si presenta verso l’esterno ma il nascituro è letteralmente “capovolto”, sarà quindi il sedere a presentarsi. Questa presentazione si chiama “podalica“. Più rara di quella cefalica (nei feti a termine sono è il 4% ad avere questa presentazione), la presentazione podalica permette un parto spontaneo ma, essendo un parto che ha rischi maggiori di quello con la presentazione cefalica, oggi si consiglia quasi sempre un taglio cesareo. Per curiosità, in epoca romana i bambini che nascevano così, in presentazione podalica, erano chiamati “agrippi” perché nascevano in maniera non normale e portavano questo “marchio” per tutta la vita (tanto da assumere a volte il nome “agrippino” o “agrippina”).
Presentazioni ancora più rare sono quella di spalla, quando è la spalla che si “insinua” nel canale da parto e quindi il bambino non potrà mai nascere se non tramite un intervento chirurgico (taglio cesareo).
Nel caso che ho esaminato io, la visita mi faceva sospettare per una presentazione di fronte. Si tratta di una presentazione cefalica (cioè “di testa”) ma non fisiologica. Molto rara, è la più rara delle presentazioni cefaliche (un caso su 3000).

Le possibili presentazioni cefaliche (cioè con la testa). La prima, vertice, è quella fisiologica, normale, più frequente)

Si chiama “di fronte” perché la testa non è completamente deflessa (ricordate? Il mento che tocca il torace, la presentazione fisiologica, quella di vertice) ma molto meno e quindi alla visita si poteva apprezzare la radice del naso e, con un po’ di insistenza, persino la bocca del nascituro. In alcuni casi la presentazione è “di faccia”, la testa cioè non è per niente deflessa e, alla nascita, uscirà fuori proprio la faccia del nascituro, nascita non priva di rischi.

Presentazione di vertice, quella fisiologica e di fronte, quella che ho osservato. Notare come nella seconda, la testa sia pochissimo deflessa ed il nascituro mostri quasi totalmente la faccia verso l’esterno.
Un controllo ecografico di sicurezza mi ha comunque confermato il sospetto e quindi è stato disposto un taglio cesareo d’urgenza.
Perché un cesareo?
Perché se è vero che a volte la presentazione di fronte può tornare normale (con alcune manovre, rischiose o spontaneamente) durante il travaglio, se invece fosse rimasta così, il parto spontaneo sarebbe stato impossibile.
Questo succede perché il diametro della presentazione di faccia è il più grande possibile, circa 13,5 cm e con questo diametro il parto spontaneo non è possibile. Basti pensare che nella presentazione di vertice, quella fisiologica, il diametro è di 9,5 cm, ben 4 centimetri (e in ostetricia sono tantissimi) di differenza. Il diametro che permette al feto di nascere (quindi quello del “canale da parto” formato sopratutto da ossa e muscoli) è di circa 11-12 centimetri ma riesce a raggiungere i 13-13,5 con vari fenomeni che permettono a certe ossa (in particolare quelle del coccige e del bacino) di muoversi e spostarsi così da aumentare lo spazio. Per un diametro massimo di 13,5 centimetri del canale da parto, affrontare una parte presentata di più di 13 centimetri è quindi molto difficile e pericoloso. Per questo è consigliato un taglio cesareo. La maggioranza di questi bambini, in passato, quando non esisteva la chirurgia o la medicina moderna, non nasceva, esponendo però anche la madre a gravissime conseguenze.
Il seguente cesareo invece è andato bene ed è nato un bambino in perfetto stato di salute.
C’è però da sottolineare che, appena estratto, il bambino presentava un giro di funicolo (il cordone ombelicale) attorno al collo, due giri attorno alla vita ed uno “a bandoliera” (tra la spalla ed il fianco), praticamente tutto “attorcigliato” e quindi questa situazione, quasi trattenendolo ed impedendone una corretta discesa verso l’esterno, potrebbe aver causato quella presentazione anomala.
La diagnosi di presentazione anomala si fa principalmente con la visita ostetrica, per ogni presentazione esistono dei punti di “riferimento” che corrispondono ad ognuna di esse. Per esempio per la presentazione di fronte, quella che ho diagnosticato, il punto di riferimento (si chiama “repere”) è la radice del naso, cosa che in effetti ho sentito benissimo alla visita. Essendo condizioni rare la prima reazione degli operatori sanitari è spesso di dubbio ed allarme (alla visita si sente davvero qualcosa di “strano”, non abituale) ma un attento esame clinico aiuta a dirimere i dubbi. Curiosità: nella presentazione di faccia (che è un’altra rispetto a quella che ho descritto) può succedere (a me è successo) di entrare con un dito nella bocca del nascituro che, per riflesso, inizierà a “succhiare” (perché è quello che farà appena nato nell’allattamento). Il sanitario in genere resta sorpreso ma da quello capisce subito di trovarsi davanti alla presentazione anomala. Per un piccolo approfondimento delle presentazioni in ostetricia si può consultare l’interessante sito del museo Galileo (ricchissimo di immagini).
L’ecografia ed altre manovre possono aiutare nella diagnosi.

Un caso interessante che ho voluto condividere.
Naturalmente le curiosità o le particolarità legate al parto non finiscono qui, è un fenomeno interessantissimo e ricco di incredibili particolari sconosciuti ai più ma si tratta di cose molto complicate (i fenomeni del parto sono uno degli argomenti più difficili della medicina) che, se fosse il caso, potrei trattare in futuro.

Alla prossima.

Vaccinofobia

Vaccinofobia

Quando si parla di vaccini, ormai sembra inevitabile, spesso tutto si riduce in una rissa.
Chi urla che vaccinare è pericoloso, chi insulta chi lo sostiene. Chi dice che chi non vaccina è uno stupido, chi si dice disposto a tutto pur di non vaccinare.
Il vero problema è che un argomento medico serio, difficile ed importante come quello delle vaccinazioni non dovrebbe essere trattato così ma è difficile.

Non ho le competenze per sapere quale sarebbe il modo migliore per trattare l’argomento ma ho l’esperienza che mi consente di tracciare il ritratto della persona che si scaglia contro i vaccini. Non chi ha dubbi o chi è seriamente intenzionato ad informarsi ma chi è contro “a prescindere“, per partito preso, per tifoseria.

Si tratta di un fenomeno che bisogna conoscere per affrontarlo. Che chiunque si avventuri nelle discussioni sul tema deve conoscere perché può disorientare. Chi non ne è al corrente, spesso, ne resta stupito.

Parlo della vaccinofobia.
Si tratta di un fenomeno esistente da tempo, da quando sono stati inventati i vaccini. La vaccinofobia è la paura incontrollata, estrema, irrazionale, delle vaccinazioni. All’argomento sono stati dedicati, studi, libri, ricerche, probabilmente perché è un argomento interessante e che si estende ad altri ambiti della salute. È proprio ad uno di questi testi che mi sono ispirato per scrivere questo post, l’ho trovato interessante e quindi ne riporterò le osservazioni, che trovo anche affascinanti.
La vaccinofobia nasce nel momento esatto in cui nacquero le vaccinazioni. È un disturbo simile ad altre fobie la cui incidenza può cambiare nel tempo e nelle epoche. Ad esempio, la vaccinofobia è molto frequente nei genitori con figli e tende a scomparire quando la possibilità di vaccinarsi è rivolta alla stessa persona.
Sono state chiamate in causa diverse ragioni che alimentano e promuovono il terrore dei vaccini ed in questo periodo che vede i vaccini come argomento sociale, alcune di queste sono evidenti. Si potrà notare, ad esempio, che la vaccinofobia è più spiccata in alcuni periodi, meno in altri e questo probabilmente dipende proprio dalle cause che la alimentano.
Analizziamone qualcuna.
Sensazionalismo
Dicono gli americani: “if it bleeds it leads” cioè “se sanguina comanda”, come per dire “se è qualcosa di evidente tutti lo vedranno”, riferito alle notizie sparse dai media. Fa molto più scalpore un omicidio in pieno centro rispetto ad una vita salvata al pronto soccorso. È molto più seguito un notiziario che parla di una morte efferata rispetto ad uno che racconta il salvataggio di una persona che stava annegando. Sembra che le persone siano affascinate dalla violenza, dal dramma, dal dolore, una considerazione che era fatta quasi esclusivamente per il pubblico americano ma che oggi si è diffusa per quello di tutto il mondo. Il sensazionalismo vince. L’esempio principe, a proposito di vaccini, è quello di Andrew Wakefield, quando pubblicò un piccolo studio che notava come in un gruppo di bambini autistici ritrovò anticorpi antimorbillo nel loro intestino. La storia mostrò come Wakefield realizzò un falso studio, con dati manipolati ed inventati (e per questo fu radiato dall’ordine dei medici) ma in pochi giorni la notizia diventò per i media inglesi, la “prova” che i vaccini fossero causa di autismo (anche se lo studio non arrivava a questa conclusione), tutti i giornali uscirono con titoli drammatici e che esageravano sia i dati che le conclusioni dello studio stesso. Gli accenni ai dati che smentivano queste conclusioni erano appena sussurrati e le persone, dimenticando i particolari, ricordavano solo i titoli sensazionalistici che concludevano, appunto, che i vaccini fossero causa di autismo. Questo succede anche oggi. Un titolo come “muore dopo la vaccinazione”, nonostante non significhi nulla (e descriva solo un collegamento temporale, nessuno userebbe un titolo come “muore dopo aver letto il giornale“, è stupido, esattamente come nel caso del vaccino), fa concludere al grande pubblico che il vaccino sia, in qualche modo, collegato a quella morte. Molto raramente i media correggono il tiro, la notizia che “scagiona” il vaccino non sarà mai riportata o le sarà riservato un trafiletto in un angolo del giornale. Non fa notizia.

Esagerazione

Dare spazio ai “dissidenti” è sempre stato considerato un atto dovuto. Una voce “contro” fa molto più rumore di cento voci “a favore”, questo succede in qualsiasi contesto. Così, anche in campo vaccinale, un genitore “contro i vaccini”, un gruppo “contro i vaccini”, saranno molto più al centro dell’attenzione di tutti gli altri “a favore dei vaccini” (anche se “contro” e “a favore” non sarebbero i termini corretti ma sono spesso quelli più utilizzati), nonostante questi siano l’assoluta minoranza della popolazione.
I media fanno sentire le voci “contro” perché creano la storia, sceneggiano una notizia di cronaca. Il genitore “contro” è quello che darà la possibilità agli altri di intervenire, di esporre le proprie tesi, di creare la puntata del talk show o il servizio televisivo. Immaginate un talk show nel quale intervengano solo tre scienziati che raccontano la storia dei vaccini, i loro benefici ed i tempi per le vaccinazioni, probabilmente li ascolteranno in pochi, qualcuno si annoierà e tanti cambieranno canale. Avere invece un genitore che urla, uno che piange, uno che mette in mostra un figlio invalido (anche se l’invalidità non c’entrasse nulla con i vaccini) configura una telenovela che tutti seguiranno con interesse, spesso prendendo a cuore una o l’altra posizione, parteggiando per una delle due parti, quindi diventando parte della telenovela. Questo porta direttamente ad un’altra causa della vaccinofobia:

Falso equilibrio

Il primo dovere dei media e dell’informazione dovrebbe essere quello di riportare notizie e considerazioni in maniera equilibrata. Purtroppo non va quasi mai così. Nelle tramissioni televisive, per le ragioni che ho spiegato prima, si tende a mettere sullo stesso piano persone che i vaccini li conoscono e li studiano per mestiere con altre che li conoscono male, che ne sentono parlare in ambiti già condizionati o che prendono informazioni su fonti senza controllo. In inglese si chiama “false balance”. Noto il caso in cui, in una trasmissione televisiva, invitarono a parlare di vaccini un virologo ed un DJ o l’altro in cui, in un giornale, apparve un’intera pagina dedicata all’intervista ad un’esponente di un movimento antivaccini ed un trafiletto al direttore di un importante ente sanitario. In pratica si considerano identiche due posizioni che identiche non sono. Nessuno affiderebbe la riparazione della propria automobile ad un gelataio, nessuno salirebbe su un aereo guidato da un medico mentre i media affidano l’informazione medica a chiunque, ritenendola attendibile esattamente come quella di chi è competente.
Questo fenomeno ne crea un altro, la “fintoversia“. Mettendo sullo stesso piano due affermazioni delle quali solo una ha attendibilità scientifica, si lascia intendere allo spettatore che, sull’argomento, la scienza sia divisa, incerta, quando la realtà è ben altra. Una controversia inventata, una finta controversia.
Per questo motivo si mettono sullo stesso piano medici che aderiscono pienamente al metodo scientifico con altri che diffondono ciarlatanerie, pseudoscienza, truffe: sempre medici sono, anche se ragionano ed agiscono in maniera opposta.


Aneddoti personali

Per costruire il dramma e per i motivi detti prima, l’aneddoto personale, la storia intima, drammatica, coinvolgente, ha sempre un successo enorme e questo i media lo sanno.
Portare alla ribalta un “danneggiato da vaccino” coinvolgerà il pubblico, immedesimerà le mamme, la sofferenza dei suoi genitori sarà la sofferenza di tutti.
Poco importa se quel “danneggiato” è in realtà ammalato di una malattia genetica che nulla ha a che fare con le vaccinazioni, poco importa se si strumentalizza un bambino e poco importa se è scorretto un comportamento del genere (che di certo non aiuta a giudicare in maniera equilibrata). Se si portassero alla ribalta tutti i “danneggiati” da malattia (quelli morti non possono partecipare, purtroppo) non basterebbero due studi televisivi ma subire conseguenze da una malattia è “normale”, “succede”, non fa notizia. Pensate al recente successo sportivo di Bebe Vio, una ragazza che, colpita dalla meningite, ha iniziato a fare scherma e con questo vincere molte competizioni. Essendo un esempio di caparbietà e coraggio, Bebe è presto diventata un personaggio pubblico ma questo non ha impedito a molte persone di attaccarla, insultarla ed accusarla di volere sfruttare la sua disabilità, come fosse una colpa. Eppure, mentre Bebe la “sfrutta” in senso positivo, incoraggiando e diventando un esempio, c’è chi la sfrutta per ottenere denaro, passare per vittime ed aggredire gli altri. Per questo l’aneddoto personale, a prescindere dalle motivazioni, non dovrebbe essere mai un argomento di discussione.

Starlette opinion

Se si vuole dare una diffusione rapida e decisa ad una opinione bisogna trovare un testimonial. È per questo che, in alcuni casi, anche in Italia è stato chiesto un parere sui vaccini a cantanti, ballerini, DJ ed artisti. Nonostante sia ovvio che un artista abbia poco a che vedere con i vaccini, le parole di un personaggio noto alla massa possono servire a diffondere un pensiero. Non a caso una spinta importante ai movimenti antivaccino statunitensi è stata data da un attore (Jim Carrey) ed una ex modella (Jenny McCarthy).

Lobby antivaccino

Per lobby antivaccino si intendono quei gruppi, organizzati o meno, che svolgono attività regolare, organizzata ed attiva contro ogni forma di vaccinazione. Il principale scopo di queste lobby è il guadagno, realizzato in diversi modi (da indennizzi da presunti danni dei vaccini a “cure” o strumenti di diagnosi sempre di presunti danni). La lobby usa argomenti falsi, pretestuosi o strumentalizzati per creare un clima di diffidenza e paura nei confronti della vaccinazione, diffonde l’idea che le istituzioni di tutto il mondo siano unite in un complotto contro la popolazione, spargono vere e proprie bugie che causano paure ed ansie nei genitori che pensano di vaccinare i figli e questo per “avvicinare” queste famiglie. Esistono associazioni, comitati, gruppi a decine che ufficialmente lottano per un obiettivo comune ma che in realtà sgomitano per un posto al sole (che significa più associati, più soldi, più voce in capitolo), non per niente tra questi gruppi sorgono spesso discussioni, scontri e persino aggressioni. Sono pochissimi gli addetti ai lavori che fanno parte di queste lobby (in Italia una decina) che sono formate per la quasi totalità da persone interessate ai guadagni in denaro (avvocati, genitori in cerca di indennizzi, ciarlatani che dicono di avere scoperto cure particolari ed altri).
La vaccinofobia è uno degli scopi di queste associazioni.

Volpi e volponi.

Esistono diversi personaggi che gravitano attorno al mondo della vaccinofobia e che hanno uno scopo abbastanza chiaro: guadagnare soldi con le paure dei genitori. Esistono laboratori privati che annunciano di aver scoperto gravi contaminazioni dei vaccini (ma che non riescono a dimostrarlo) e che chiedono soldi per poter proseguire queste inutili ricerche, altri che eseguono degli esami “prevaccinali” (inutili, non esistono esami “prevaccinali” che abbiano un significato serio) ed altri che diagnosticano, con test inattendibili come quello del capello, presunte “intossicazioni da vaccini” (che non esistono), gli stessi vendono ovviamente la cura per “disintossicarsi”.
Questi personaggi, molto furbi e subdoli, circuiscono i genitori, coltivano le loro ansie e paure, creano un clima di dubbio e diffidenza per stringere questi genitori a loro. Si tratta di semplici venditori che hanno visto, nei genitori affetti da vaccinofobia, dei polli da spennare.

Il titolare di un laboratorio privato minaccia i genitori di tremende conseguenze se non gli arriveranno donazioni, soldi, insomma.

Disinformazione

C’è poca cultura in genere e soprattutto informatica. Le persone hanno grandi difficoltà a distinguere e selezionare le informazioni serie (e soprattutto vere) da quelle scadenti (o false) e le mettono spesso sullo stesso piano. Esistono centinaia di siti che diffondono false notizie, vere e proprie bufale o fanno attivismo contro le vaccinazioni e questi siti sono difficilmente distinguibili da quelli che provano a fare buona informazione. Gli

Per concludere.

Nessun obbligo, nessuna sanzione e nessun discorso riuscirà mai a convincere una persona affetta da vaccinofobia.
Non si tratta di una paura razionale (altrimenti gli stessi individui sarebbero terrorizzati dalle malattie, ben più reali e pericolose), è incontrollabile ed incrollabile. Le persone affette da vaccinofobia hanno una vera e propria avversione per i vaccini. Sono realmente convinti, ormai permeati da quei fenomeni di cui ho parlato, che i vaccini siano sostanze velenose, pericolose, dannosissime. Non hanno nessuna concezione dei pericoli reali delle malattie mentre respingono totalmente la possibilità di vaccinare. È una fobia come altre.

Questi genitori dovrebbero essere affiancati in un percorso di formazione ed informazione, coinvolgendoli nelle scelte scientifiche e mettendoli a contatto con la realtà per contrastare il loro distacco dai fatti reali che fa percepire come “rarissimi” i rischi da malattia e come “frequentissimi” i rischi dei vaccini. Dovrebbero essere messi al corrente delle truffe che compiono i loro “guru” spiegandone furbizie, trucchi e desiderio di fama e denaro.
Le loro scelte, fatte per un’errato senso di “protezione” nei confronti dei figli, dovrebbero essere frutto di informazioni oneste, corrette, equilibrate, cose che non succedono nel mondo degli antivaxx.

Per quanto riguarda chi alimenta queste paure e guadagna da esse servirebbe semplicemente un serio intervento della giustizia e delle istituzioni, le leggi esistono, ciarlataneria e diffusione di notizie allarmanti restano reati che bisognerebbe perseguire ma forse è chiedere troppo ad un paese più impegnato ad imporre che a spiegare.

Alla prossima.

La scienza del critico in poltrona.

La scienza del critico in poltrona.

La medicina e la scienza sono argomenti difficili, difficilissimi, non per niente, per capirli, affrontarli, usarli, si studia tanto, anni sui libri e poi pratica.
Spiegarli su internet, quindi ad un pubblico generale, è veramente un’impresa.
Infatti per anni internet è stato usato per argomenti futili, semplici, gli scienziati lo usavano per fare qualche ricerca bibliografica approfittando delle connessioni delle università, i medici sapevano usarlo a stento basandosi sulle capacità informatiche personali, finché, vista la sua influenza sulla vita reale, qualcuno ha iniziato a parlare anche di cose serie e difficili.
Lentamente.
Per anni gli scienziati ed i professionisti hanno evitato il web, vuoi per mancanza di tempo, per incapacità, per snobismo e quindi il campo era tutto per i furbi.
Sapete i ciarlatani, quelli che curano il cancro con l’aglio e le paralisi con le punture di vitamine? Ecco, mentre in ospedale c’era sempre qualcuno che spiegava perché quelle cure non andavano fatte e perché fossero truffe, su internet no.
Lentamente ci ha provato qualcuno.
Sul web sono apparsi medici, studiosi, scienziati, sono riusciti a raccogliere un loro pubblico, hanno avuto addirittura anche un successo mediatico, che non è poco. Situazione odierna quindi migliore di tanto rispetto a qualche anno fa.

Bene. Una strada da seguire, magari migliorare ma, rispetto a pochi anni prima, è già qualcosa.
No. Perché da qualche tempo c’è un altro problema.
Se finalmente qualche scienziato di buona volontà (perché in genere lo scienziato che parla di scienza su internet lo fa gratis, usando il suo tempo libero) ha provato a scendere a livello del web (sì, ho scritto scendere, perché il web sa essere una fogna, un ring, ben altro ambiente rispetto a quello ovattato e rigidamente ordinato dell’università). Nessuno, se non un folle, si permetterebbe di aggredire un accademico mentre fa lezione, nessuno, se non una persona disturbata, si permetterebbe di aggredire un medico mentre prescrive una terapia. Questo nel mondo reale, su internet succede questo e peggio ancora. Un fatto che tiene lontani gli accademici, gli scienziati, i medici, che incute timore e che allontana anche chi ha più volontà. Però spiegare e divulgare scienza fa parte dei doveri di chi la scienza la fa e la spiega. Internet è ormai vita reale, con tutte le sue contraddizioni.
La “discesa” degli scienziati su internet, come dicevo, è qualcosa di nuovo (in Italia) ma nello stesso tempo sono discesi altri a criticare questi scienziati. Non negli argomenti (che ci starebbe pure) ma nei modi, nelle parole, nei metodi.
Tanti di quelli che per anni hanno taciuto, sono stati in silenzio e senza muovere un dito ora si alzano in piedi e quel dito lo puntano: “non si parla così!”, “la colpa è di tizio, è più bravo caio“, insomma, prima non facevano niente per la scienza, ora giudicano quello che fanno gli altri, quindi continuando a fare niente si permettono pure di giudicare.
Mi sono lamentato spesso della mancanza di addetti ai lavori su internet (in Italia, perché nei paesi anglofoni la figura dello scienziato che su internet spiega la scienza è ben consolidata da anni), all’inizio (ma anche ora) incontravo colleghi che non capivano ciò che facevo (“perché lo fai?” “ma ti pagano?“) poi mi scontravo con l’assoluta mancanza di volontà nel fare divulgazione fuori dalle aule, dagli ospedali e dai laboratori.
Ricordo ancora oggi che, ai tempi di Stamina (la falsa cura per le malattie neuromuscolari che imperversò qualche anno fa) andai ad un convegno ed uno dei relatori (docente universitario) mise come condizione per il suo intervento l’obbligo di evitare assolutamente l’argomento “Stamina”, nessun accenno né domanda su quel tema.
Gli chiesi il perché e mi rispose “ho famiglia, non voglio problemi” e non perché si trattasse di un argomento scomodo ma perché aveva paura delle minacce, delle ritorsioni degli esaltati che sul web ti promettono violenza e ripercussioni personali.
Mi arrabbiai e poi cercai pure di capire, pensai che forse quel mondo universitario non si sarebbe mai messo in gioco su una piazza “sporca” ed incontrollata come internet.
Poi avvenne. Alcuni docenti universitari, qualche medico, dei ricercatori, finalmente qualcuno che si mette in gioco (per passione, perché di soldi in questo campo non ce ne sono, lo garantisco) per diffondere un po’ di cultura scientifica.
Scherzando ho anche detto che finalmente potevo dividere gli insulti con qualcun altro ma nella realtà per me si è trattato di dividere finalmente gli sforzi che, onestamente, lascerei completamente nelle mani di altri, visto il peso e la difficoltà di questa “missione”.
Vedere quindi altri che criticano, giudicano le parole, i modi, le espressioni, non mi fa piacere.
Non lo apprezzo perché è ovvio avere pareri differenti o preferire uno stile ad un altro, ci mancherebbe ma addirittura arrivare ad odiare, insultare, aggredire, fa sorgere il dubbio (solo il dubbio eh?) che ci sia dietro qualcos’altro.
Vista l’incapacità di diffondere cultura, si cerca di aggrapparsi a chi lo fa per avere un po’ di luce riflessa.
Ribadisco, solo un dubbio, terribile.
Su questa cosa non mi sono mai espresso però comincia a darmi fastidio perché mi ricorda i “critici in poltrona” che incontro ogni tanto, una cosa che succede sempre più spesso.
Sono quelli che commentano un mio post, che molte volte è frutto di impegno, documentazione e che, in ogni caso, è dimostrazione di studio, lavoro.
Davanti a dati e complicati meccanismi resi comprensibili, ci sarà sempre quello pronto a notare la virgola fuori posto o il nome proprio scritto in minuscolo. E con quale enfasi si scandalizza!
Il critico in poltrona sta comodo, seduto, tranquillo e legge i tuoi post. Poi, appare all’improvviso e commenta, criticandola amaramente, la forma grammaticale o ortografica di ciò che hai scritto, oppure ci tiene a dare il suo parere ma usandolo come se fosse il parere dell’intera comunità scientifica.
Il critico in poltrona, dato il suo importante contributo, si ferma ma, appena provi a fargli notare che davanti alla virgola sbagliata c’era da notare un messaggio, una morale, un significato, si arrabbia, si offende: il critico non accetta critiche.

Una volta scrissi un post per pubblicizzare l’uscita del mio libro ed usai l’ironia dicendo che leggere fa bene, migliora la salute e ridurrebbe il rischio di alcune malattie. Volevo usare lo stile che uso di solito (dare informazione medica in parole semplici sempre però con i dovuti riferimenti scientifici) per fare un po’ di promozione.

Per rendere il post più credibile aggiunsi alcune voci di bibliografia, come per confermare ciò che dicevo: erano due studi che notavano come un elevato livello di istruzione (è un dato conosciuto) riducesse il rischio di malattia cardiovascolare. Nessuna pretesa di vincere il premio Nobel, una semplice pubblicità fatta cercando di essere simpatico.

Arrivò subito il commento di un ricercatore, un docente universitario che, arrabbiato, scrisse che quei due studi non dicevano quello che sostenevo io e che parlavano di un’altra cosa.
Spiegai che in realtà non avevo neanche letto bene quegli studi, a me serviva il loro titolo perché sembravano confermare le mie parole: leggere fa bene alla salute, quindi comprate il mio libro, nessuna voglia di dare dati scientifici, tentavo di alleggerire una evidente autopromozione.
Così sconvolgente? Eppure il professore si lanciò in una disquisizione sulla divulgazione, che bisogna essere precisi se si scrive su internet, che la serietà della persona si vede anche da queste cose e che se si cita uno studio prima bisogna averlo letto, era delusissimo dalla mia persona che non meritava il successo apparentemente avuto, gli risposi semplicemente di cercare di capire il tono del post che era, alla fine, una semplice promozione del mio libro.

Qualcuno glielo fece pure notare (“prendere le cose alla leggera, ci puoi riuscire” commentò una ragazza) beccandosi ulteriori polemiche e toni acidissimi.
Per ironia della sorte io non conoscevo questa persona, colpa mia ma non sapevo chi fosse (a quanto pare un serio e noto docente universitario) e quindi la presi con molta tranquillità, risposi infatti qualcosa come “ma farsi una risata? Prendi il post per quello che è“.
Niente, il prof si arrabbia, risponde che lui le risate se le fa perché le mie parole sono ridicole, dimostrazione di poca serietà e prova di poca accuratezza. Detto da uno che non ha mai mosso un dito per fare divulgazione né si è mai sentito in dovere di difendere scienza o medicina è tutto dire. Ecco, per questo non sopporto i critici in poltrona, quelli che comodi comodi, seduti e con il plaid sulle ginocchia alzano il sopracciglio, muovono il dito indice e trovano l’errore.
L’errore secondo loro, ovviamente. Da qualche settimana è proprio così. Sono nati i critici della divulgazione, stanno per diventare un gruppo così numeroso che prima o poi diventerà un lavoro. Faranno i divulgatori di critica alla divulgazione.
Così si troverà quello che sostiene che per parlare di scienza bisogna essere educati, l’altro che è convinto serva “blastare” (espressione che più o meno indica il mandar a quel paese chi commenta in maniera banale o stupida). Un altro che pensa che per parlare di influenza serva essere premio Nobel per la medicina e quello che dice che se non hai almeno cinque lavori su Lancet non sei nessuno.
Meglio essere pacati, no, meglio essere severi e duri.
Insomma, ognuno dice la sua.
Così anche io dico la mia.
Parlate di scienza, di medicina, di astronomia, chimica, fisica, parlatene, spiegatela. Come volete ma spiegatela.
Ognuno avrà il suo stile, il suo pubblico, qualcuno avrà successo altri no ma che vi importa?
Molto difficilmente la divulgazione diventerà il vostro lavoro, tranquilli, non c’è molta gente disposta a pagare o ad investire in un campo sempre mal gestito in Italia, quello della cultura, quindi fatelo se vi piace e perché vi piace, non per altro.
E poi la regola principale: non fatelo per voi ma per gli altri.
Così il critico in poltrona dovrà alzarsi e scomodarsi e qualsiasi critica non colpirà mai la vostra voglia sincera di diffondere cultura. Al critico in poltrona chiedo di fare proprio questo: invece di impiegare il proprio tempo e la propria competenza per smontare ciò che non piace degli altri, la usi per diffondere conoscenza e sapere, cultura e sapienza. Farà del bene agli altri ed un po’ anche a se stesso.
Alla prossima e…auguri di buone feste a tutti!